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Sostenibilita

In Sardegna la bioedilizia buona, pulita e giusta che rispetta ambiente e lavoro

La Casa verde Co2.0 è il più grande polo produttivo del settore in Italia

Le eccedenze delle aziende che fanno parte del polo invece di essere buttate via si trasformano in materia prima per altre aziende

15 Gennaio 2013

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In Sardegna la bioedilizia buona, pulita e giusta che rispetta ambiente e lavoro
Le eccedenze delle aziende che fanno parte del polo invece di essere buttate via si trasformano in materia prima per altre aziende

Roma, 15 gen. - (Adnkronos) - C'è un aspetto della bioedilizia che non viene raccontato, riguarda le storie di alcuni materiali, quelli che quando arrivano in Europa come materie prime vengono trasformati nell'ingrediente 'green' dell'architettura 'eco', ma che nei Paesi in cui vengono prodotti con la sostenibilità hanno poco a che fare.

E' il caso del kenaf, una pianta "che sta creando non pochi problemi in Africa perché coltivata sfruttando il lavoro sottopagato delle donne e senza generare ricchezza nel Paese, anzi sottraendo spazio all'agricoltura. La pianta viene esportata e in Europa dove si trasforma in materia prima per la cosiddetta bioedilizia. Stesso discorso per la calce che arriva dal Marocco". Così Daniela Ducato, coordinatrice de La casa verde Co2.0, racconta all'Adnkronos il volto inedito della bioarchitettura e quello che lei e altri imprenditori hanno scelto di fare per assicurare una filiera davvero sostenibile, per l'ambiente e per i lavoratori.

La Casa Verde Co2.0, che la Ducato coordina, è il più grande polo produttivo italiano della bioedilizia. Ne fanno parte 72 aziende, 40 delle quali sarde, che hanno scelto di realizzare prodotti buoni, puliti e giusti, ispirandosi alla filosofia di Slow Food. E' in Sardegna che nasce il primo nucleo del distretto che oggi coinvolge anche altre regioni in un progetto di collaborazione e di scambio che fa guadagnare le aziende, in reputazione e in materia prima.

Qui, l'innovazione si fa attraverso lo scambio, per promuovere l'utilizzo di materie e prodotti realizzati senza ulteriore consumo di suolo e di risorse e senza ulteriori aggravi di Co2. La rivoluzione 'verde' parte dal linguaggio, "trasformando la parola 'scarto', che indica una perdita, in 'eccedenza', che invece indica una ricchezza", spiega la Ducato. Le eccedenze delle aziende che fanno parte del polo invece di essere buttate via si trasformano in materia prima per altre aziende: gli scarti della lavorazione casearia vengono impiegati per la realizzazione di pitture, quelli della lavorazione del miele per farne collanti; le eccedenze di paglia dalla filiera dell'agricoltura finiscono nei prodotti per l'architettura, mentre i panifici utilizzano forni a crudo realizzati con materie naturali da un'azienda locale.

Tutto questo accade in Italia, "non perché crediamo nel km zero in sè, ma perché un aspetto poco raccontato della bioedilizia è lo sfruttamento del lavoro nei Paesi in via di sviluppo", aggiunge. Prima regola del polo sardo: preoccuparsi di come viene realizzato un determinato prodotto, certificarne la sostenibilità di tutti i processi e dei materiali, e preferire il riutilizzo al riciclo, senza quindi impiegare altra energia per processi di smaltimento o per il trasporto.

Oltre alle materie, alle competenze, alle risorse, "il polo produttivo condivide anche la ricerca scientifica, così non si spreca denaro", aggiunge la Ducato che, a proposito di denaro, sottolinea che le aziende che entrano a far parte del polo devono anche presentare la tracciabilità della spesa di denaro pubblico, non devono cioè comportare sprechi o eccessi di denaro pubblico, spesso non tracciabili nel settore dell'edilizia. "Se l'utilizzo fatto del denaro pubblico non è etico, l'azienda non può entrare a far parte del polo, il nostro distretto non utilizza denaro pubblico, ma cammina sulle sue gambe".

Tra i prodotti green di questo polo, ci sono il 'pane solare' e la 'ricotta solare', cotti in forni realizzati in terra e lana crude, alimentati direttamente dai raggi del sole e prodotti da aziende del distretto. Nel caso dell'azienda che produce i formaggi, la sottolavorazione casearia viene riutilizzata per fare pitture, così come le eccedenze di miele e di latte, in un proficuo scambio tra architettura e agricoltura. "Il polo funziona - dice la coordinatrice de La Casa Verde Co2.0 - e potrebbe essere un modello a cui ispirarsi, perché si risparmia e si impara a dialogare". E perchè le 72 aziende che si sono messe in rete producono tutto ciò che serve per costruire una casa, dalle fondamenta alle fognature all'erba del giardino.

Questa storia è raccontata anche visivamente a Guspini, il comune in cui è nata la prima cellula de La Casa Verde Co2.0, nel percorso "12 stanze di musica per un'architettura della relazione" che si snoda attraverso le 'case di terra'. Ogni stanza racconta un principio della filiera e la sua filosofia, a partire dalla 'sala partò in cui si possono vedere tutti gli ingredienti crudi che poi diventano arredi, pavimenti, lampade, fino all'ultima stanza in cui la casa 'si mangia', "perché tutte le parti sono fatte degli stessi ingredienti che ritroviamo anche a tavola, una casa genuina che non toglie spazio nè paesaggio all'agricoltura".

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