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Recensione

Adrian, l'esperto fa respirare Adriano Celentano: "Prediche banali, eppure..."

27 Gennaio 2019

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Adrian, Adriano Celentano

L'«evento Adrian» possiede una serie di chiavi di lettura. Una premessa è necessaria. Adriano apparve nel 1960 nella Dolce vita di Fellini. Da allora ha... operato. Tanta roba, ma se devo indicare un dato che prevale su tutto, dico colonna sonora. Alcune generazioni, la mia compresa, è stata accompagnata, felicemente, dalle canzoni di Celentano, ne dico una a rappresentarle tutte e sono molte: Azzurro. Poi c' è stato il cinema, altro successo popolare, ma "normale" diciamo così, finché Adriano decise di rivelarsi, come quel Signore, a trent' anni, nel Tempio. E nel 1985 scrisse, diresse, musicò, interpretò e montò Joan Lui.

E qui esco dalla mia discrezione e produco stralci dei dizionari di cinema che fanno testo: Zanichelli: «... un madornale videoclip, una vera saga del kitsch, anche a livello ideologico». Baldini e Castoldi: «Celentano mette in scena il proprio delirio di onnipotenza. Il film, con assoluta mancanza di ogni misura e pudore, riesce solo a elencare, banalmente, i peggiori luoghi comuni del qualunquismo». Newton Compton: «Delirante apologo sui mille mali della società. Ma per fortuna arriva Joan Lui, nei panni del nuovo redentore ad aprire gli occhi e i cuori della gente. Frutto della megalomania del cantante attore. E Celentano dimostra come i tempi per dar vita in tv allo scandaloso "Fantastico" fossero ormai maturi».

"Fantastico" è un' altra tappa dell' evoluzione: ricordiamo quei lunghi silenzi, gli ammiccamenti, le interpretazioni del paradiso e dell' illuminismo. E sempre con alto gradimento. I grandi temi universali, culturali, nella chiave pop di Adriano, destarono una reazione da parte di gente competente. Critiche legittime, sacrosante, con ironia, una educata era «ignorante di talento». Ma lui, il profeta, tirava dritto. L' ignoranza che non riconosce se stessa è cieca e inarrestabile. E poi, se l' ignoranza paga così bene, una ragione ci sarà. La ragione è semplice, e imbattibile: fai audience, porti denaro, puoi permetterti tutto. E tutti ti vogliono, magari ti beatificano.

ALL'INIZIO FU JOAN LUI
Joan Lui è l' ispirazione, il primo motore di Adrian. Certo nel tempo Celentano qualcosa ha evoluto, ma solo nella confezione e nella prudenza, non più dio ma semidio, continua nella predica-novella. Ma c' è il preludio dove dovrebbe apparire Adriano, che non arriva mai, poi arriva per due minuti, parlerà, non parlerà. Dopo uno scatenato rock and roll, gradevole, nell' attesa Nino Frassica e Francesco Scali, frati, fanno una selezione di chi è degno di entrare nell' arca per fondare un nuovo mondo. C' è qualcosa di quando Celentano decideva chi fossero i buoni e i cattivi, i "lenti" e i "rock".

Quando Adriano concede la sua presenza fisica e metafisica, con tanto di claque urlante, e si confessa a fra' Frassica «sono colpevole perché non sapevo scegliere fra Rai e Mediaset» (il senso), il frate lo assolve: «In nome del padre, di Silvio e del sacro ascolto». Buona.

Poi comincia la serie animata dell' orologiaio Adrian, salvatore del mondo. Ed ecco i temi: immigrati, il governo trino, treni con la svastica, l' inquinamento, la disuguaglianze, le ingiustizie. Un immigrato ottiene la cittadinanza, ma non gli cambia nulla, è emarginato e picchiato.

L' orologiaio sa anche cantare ed ecco i versi che infiammano il popolo: «Come fa la gente a concepire di vivere nelle case d' oggi / inscatolati come le acciughe / i bambini nascono che hanno già le rughe / perché la gente non dice niente ai mister Hyde e ai dottor Jekill...» E ancora: «L' uomo incatenato dal potere incatenò la sua mente al ceppo del consumismo». Mi sembra roba già sentita, alla Celentano nei decenni, e in Joan Lui.

MACCHE' PROFETA...
E non è vero che Celentano sia stato un anticipatore. Le sue omelie e filosofie, e le estetiche, derivano da precedenti universali riconosciuti, proposti e riproposti. Basta una discreta cultura, per rilevarlo.

La città del 2068: quelle architetture incombenti disumane e minacciose sono vicine a quelle della Metropolis di Fritz Lang, dove un gruppo di ricchi industriali governa la città dai grattacieli relegando e schiavizzando la classe proletaria nel sottosuolo cittadino. C' è un imprenditore-dittatore molto simile al «tiranno globale» di Adrian. Un altro autore evocato è il Ray Bradbury di Fahrenheit 451, dove vive una società, distopica, spaventosa, dove chi legge libri viene punito, magari ucciso. Ricercato dal potere Adrian si nasconde dietro una maschera di volpe. Fin troppo semplice pensare a Johnston McCulley e al suo Zorro. Poi c' è H.G. Welles, genio della fantascienza, con la sua Macchina del tempo dove immagina che in un futuro lontanissimo l' umanità sia divisa in due categorie, gli oppressi e gli oppressori. E come non ricordare Orwell, elaboratore dei meccanismi di controllo del pensiero da parte di regimi totalitari. Attenzione, è più che legittimo ispirarsi ai grandi testi, molti autori affermati non solo lo fanno, ma rielaborano quelle opere in chiave contemporanea. Tutto questo Adrian, ricercato dal potere, lo subisce e lo contrasta, da vincitore, come Zorro appunto.

E poi ci sono i disegni di Milo Manara. E guai se non fosse così. Salvano tutto. La vicenda di Adrian l' orologiaio è attraversata da un striscia erotica accattivante, anche spinta. La ragazza Gilda seduce il profeta, ma con una certa fatica, perché lui non vuole farsi distrarre dalla missione.

IL RUOLO DI CERAMI
C'è una sequenza di bella estetica e suggestione quando i disegni mostrano il sottosuolo milanese dove vivono gli oppressi e i ribelli, seguaci di Adrian. Una barca attraversa quelle vie, fra luci ombre e colori, e con l' auspicio visivo che il sottosuolo emergerà un giorno al sole.

Nei titoli scorre «supervisione di Vincenzo Cerami». Ero molto amico di Cerami, scrittore di enorme talento. Eravamo insieme nella Commissione ministeriale del cinema.

Mi chiedo cosa significhi «supervisione», certo una garanzia alla consecutio, ma davvero non ho rintracciato nella sceneggiatura segnali di Cerami. Forse ha garantito un freno, una prudenza nella creatività pop dell' autore.

Tutto questo nelle prime due puntate. Nel poco che è trapelato sembra che l' orologiaio allarghi il discorso sul consumismo fino alla proprietà privata. Con un pronunciamento di sinistra ormai inevitabile in tutte le opere e manifestazioni. Se fosse ancora vivo forse Cerami gli spiegherebbe che la sinistra vera - quella di Cerami - non c' è più, ma c' è una casta radicata, ingessata a vecchi dogmi sorpassati, che non è più progressista ma, di fatto, reazionaria.

A chiudere: Adrian, il mondo non lo salvi, ma... continua a cantare.

di Pino Farinotti

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