Libero logo

Diego Abatantuono, la rivelazione: "Soldi, ero finito sul lastrico. Chi mi ha salvato"

di Paolo Macartilunedì 15 giugno 2026
Diego Abatantuono, la rivelazione: "Soldi, ero finito sul lastrico. Chi mi ha salvato"

5' di lettura

Diego Abatantuono ha un sogno, quello che coltivava Jep Gambardella ne La grande bellezza: non perdere tempo in cose che non gli andava di fare. Ma dal momento che Diego sa bene che una chiacchierata con un amico può anche diventare piacevole, si sottopone volentieri. A un’unica condizione: non parlare del Milan.

Perché, Diego?
«Perché non mi sono ancora dimesso da tifoso del Milan, ma ho preso una salutare pausa. E per uno che aveva il santino di Gianni Rivera sul comodino, è comprensibile oggi».

Quindi viriamo sul cinema: sta girando film?
«Ne ho appena finiti due. Il primo uscirà a inizio settembre e si intitola Il malloppo per la regia di Volfango De Biasi, sul set mi sono molto divertito con Mago Forest e Max Angioni».

Il secondo?
«Un tranquillo funerale di famiglia, di Riccardo Milani. È la versione italiana di Funeral party, un film inglese del 2006 rigirato e sceneggiato molto all’italiana».

A 71 anni, però fa anche il nonno.
«Ho tre nipoti e li adoro. Come adoro i miei figli, ovvio, ma il mestiere del nonno è una cosa diversa che consiglio a tutti».

Una volta ha detto: io mi ritengo un attore per caso.
«Ed è così, a Milano diciamo sempre: a ognuno il suo mestiere. Io non sono nato attore ma con il tempo penso proprio di esserlo diventato».

E regista?
«Non è il mio mestiere».

Il cinema, in Italia, che salute ha? Cagionevole?
«Perché? Io giro molti film, la storia e la gloria del nostro cinema ci devono far sentire ottimisti».

Lei rappresenta il classico attore con due vite artistiche: negli anni ’70 e ’80 ha girato film che hanno registrato incassi oggi inimmaginabili quando interpretò il personaggio del terrunciello che ha fatto epoca. La svolta avvenne con Eccezzziunale... veramente?
«Sì, ma prima c’era stato il Derby, le serate, il teatro e qualche ruolo che mi aveva fatto conoscere. Ad esempio in Fantozzi».

Le arrivò addosso una popolarità pazzesca: inattesa?
«Per certi versi sì. Pensi, in tre anni ho girato 17 film, ci sono attori che ne hanno girati 17 in tutta la loro carriera. Avevo richieste continue per il box office e film con Il Tango della gelosia o Eccezzziunale... veramente incassarono 8 miliardi».

Poi, la crisi.
«Sbagliai a non fermarmi, erano gli anni in cui Verdone o Benigni facevano un film all’anno, con giudizio. E sono anche stato vittima del mio agente e del mio commercialista».

In che senso?
«Ero giovane, mi dicevano: accetta questa parte, fai questo film, così mi spremevo. E arrivarono pellicole come Attila o Il ras del quartiere nei quali il mio personaggio si stava esaurendo».

Colpa dell’agente e del commercialista?
«Ero giovane, mi fidavo e credevo nell’amicizia. Il risultato fu che ci rimisi parecchio. Sono stato vittima di circonvenzione di amicizia. Mi trovai a pagare tasse per somme enormi e persi soldi, tanti soldi».

Poi, un bel giorno, la telefonata che le ha cambiato la vita.
«Squilla il telefono, è Pupi Avati che mi dice: Lino Banfi ha rifiutato la parte in un film che sto iniziando a girare. Si intitola Regalo di Natale e se le interessa...».

La sliding doors della sua carriera.
«Esatto. Il successivo cambio avvenne con Marrakech express, di Gabriele Salvatores che i produttori non conoscevano e pensavano fosse un regista spagnolo».

E addio al personaggio del terrunciello.
«Cominciai a interpretare ruoli seri, anche drammatici. Il cinema italiano poggia sulla commedia in agrodolce, tutto nasce dal neorealismo e ho cercato di ricalcare la grande tradizione di registi come Risi o Monicelli. Tutto il mondo ci ha riconosciuto quel tipo di commedia, negli Stati Uniti c’erano Walter Matthau e Jack Lemmon, stop. Noi abbiamo esportato un genere».

Da ragazzino avrebbe mai immaginato di arrivare all’Oscar con Mediterraneo?
«No, ma su Mediterraneo c’è una cosa che non ho capito: film bellissimo e attualissimo, lo vedi, ma Marrakech Express, Turné e Puerto Escondido, altrettanto validi, non li vedi quasi mai».

Mi cita tre film che si porterebbe su un’isola deserta?
«Due sicuri sono Il Padrino e Amarcord. Per il terzo farei fatica a scegliere fra Una vita difficile, C’eravamo tanto amati, La grande guerra o Il gaucho».

Un rimpianto nella sua bella carriera?
«Non avere girato un film, del quale avevamo anche parlato, con Massimo Troisi. Sarebbe stato bellissimo lavorare con lui».

Una volta Paolo Villaggio mi ha detto: Diego lo ritengo uno dei miei migliori amici.
«Paolo era una persona straordinaria da frequentare, come Renato Pozzetto e Ugo Tognazzi, parliamo di tre leggende. Mi faccia raccontare un aneddoto su Villaggio».

Prego.
«Una sera, a Cortina, mi intima: domattina passo a prenderti con l’auto e andiamo dal miglior sarto che produce giacche tirolesi. Io accetto. La mattina dopo partiamo, facciamo chilometri e chilometri, finiamo in Austria e l’auto si ferma davanti a una casupola. Scendiamo e Paolo mi dice: questo è la sartoria dove si vestivano Hitler e Goring. Pensai: mi prende per il sedere, invece era vero! Alle pareti c’erano foto dei due nazisti con vestiti realizzati lì!».

Facciamo un salto nel tempo: fine anni ’60. Lei era il figlio della guardarobiera del mitico Derby milanese. Cosa ricorda di quel tempo?
“Tutto. Ero il più giovane di quel gruppo. Inizialmente facevo solo il tecnico delle luci. Poi imparai ogni cosa dai quei fenomeni che circolavano su quel palco”.

Li ha visti passare proprio tutti, ma è vero che Enzo Jannacci era il deus ex machina di quell’avventura incredibile che fu il Derby?
«Era il coordinatore, grande musicista e genio nel dirigere il gruppo. Beppe Viola e Jannacci, se non fossero morti, sarebbero ancora qua con me a parlare, sarebbero al mio fianco».

C’è stata una comicità prima e dopo del Derby. Prima di Cochi&Renato, Jannacci, Boldi, Teocoli.
«Appartenevo a una generazione più giovane rispetto ai Pozzetto, ai Teocoli o ai Boldi. Osservavo e imparavo. Il Derby era un master per chi voleva stare sul palcoscenico e far ridere. Era un luogo incredibile: fra il pubblico scorgevi calciatori, attrici famose, Mina ma anche Francis Turatello e il capo della polizia! Poi, verso i 20 anni, ho iniziato i miei primi sketch. Iniziai con una pièce che si chiamava La tappezzeria».

Cosa le manca di quei giorni?
«L’atmosfera. Ho sangue pugliese nelle vene ma sono milanese al 200 per cento. Amo Milano. Sono del Giambellino, adoro parlare il dialetto e vorrei tornare per una sera in via Monterosa dove c’era il Derby e stare con quel gruppo meraviglioso. Respirare ancora quell’aria».

Perché, 60 anni dopo, siamo ancora qui a parlare del Derby?
«Perché, come si diceva prima, gente come Jannacci, Pozzetto, Villaggio, Teocoli e gli altri miei amici di quel locale hanno riscritto un modo di recitare, di ridere, di fare arte. Le sembra poco?».