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Report, Sigfrido Ranucci rischia grosso: chi lo ha querelato

Paolo Ferrari
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Se un avvocato ha come propri assistiti dei detenuti sottoposti al regime del carcere duro, per forza deve essere un loro «complice». A dirlo è Sigfrido Ranucci, uno dei giornalisti di punta della Rai e storico conduttore della trasmissione Report. Ranucci, erede (dal punto di vista televisivo) di Milena Gabanelli, non è nuovo a simili sparate. Anni addietro, infatti, dichiarò di essere «lo Stato nello Stato», di avere in mano «cinque Procure» e di controllare molte notizie, «ecco perché vengo a sapere certe informazioni», attraverso il fratello, un alto ufficiale della Guardia di finanza. Nell’ultima puntata, andata in onda lo scorso 3 aprile, Ranucci però si è superato e, con il “contributo” dei pm antimafia Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, ex fedelissimi di Piercamillo Davigo al Consiglio superiore della magistratura, ha mandato in onda una sguaiata rappresentazione di quello che dovrebbe essere il giornalismo d’inchiesta ed invece è solo fango a go-go pagato con i soldi dei contribuenti italiani attraverso il canone.

 


La trasmissione aveva come oggetto i mafiosi e le “falle” del carcere duro previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. Per Ranucci, in particolare, i boss di Cosa nostra riuscirebbero a far passare all’esterno i propri messaggi, continuando in tal modo a controllare i clan e vanificando così gli sforzi dei magistrati che cercano di recidere questi legami criminali. Ma quale sarebbe la soluzione trovata dai boss? Semplice: i loro avvocati che si recano in carcere per i colloqui. Non potendo comunicare all’esterno con il telefono o con la corrispondenza, cosa c’è di meglio del proprio avvocato di fiducia che, per legge, non può essere intercettato essendo il diritto di difesa, come recita la Costituzione, inviolabile? I segugi di Report, trovata la “falla” nel sistema, si solo lanciati allora alla ricerca degli avvocati che avevano fra i propri clienti più detenuti al 41-bis e, a tal riguardo, citavano uno studio del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) dal quale emergeva che alcuni avvocati avevano dai dieci ai trenta assisti al regime detentivo del carcere duro e, un paio, poi, ne avevano in contemporanea circa cento.

 

 


Tale studio era confluito in una nota destinata ad una audizione nel 2016 davanti alla Commissione parlamentare antimafia, all’epoca presieduta da Rosy Bindi, e che sarebbe dovuta rimanere segreta senza finire nelle mani di Ranucci. L’elenco era composto per la maggior parte da avvocati iscritti al Foro della Capitale. Per non farsi mancare nulla, i segugi di Ranucci contattavano anche uno di questi avvocati che aveva risposto alle loro domande, non immaginando minimamente di finire sul banco degli accusati per complicità con i mafiosi. Durissima è stata la reazione dell’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali, che ha parlato di “shit in the fan” e di persone che devono essere affette da una vera ossessione per questi argomenti. La Camera penale di Roma, invece, ha deciso di denunciare Ranucci per diffamazione alla procura di Roma, sperando che quest’ultima non sia fra le Procure controllate dal conduttore della Rai. 

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