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Mario Cipollini a Libero: "Italia quarto mondo del ciclismo. Mi hanno ucciso come Pantani"

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Tommaso Lorenzini
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Mario Cipollini è scatenato, come fosse già allo sprint della Milano-Sanremo che si disputa domani, una corsa alla quale è particolarmente legato: «A 12 anni avevo promesso a babbo Vivaldo che l'avrei vinta, ce l'ho fatta finalmente nel 2002. Quel giorno avevo in tasca la foto di Adriano De Zan, me l'aveva data prima della partenza suo figlio Davide, siamo molto amici: Adriano era un mito per i ciclisti della mia generazione, se veniva ad intervistarti lui significava che ce l'avevi fatta».

Mario, che corsa sarà quest' anno?
«Mi auguro una festa del ciclismo. Certo, il percorso cambiato perché gli amministratori locali non sono interessati al passaggio della Sanremo, e la vedono anzi come un problema, dipinge esattamente quale sia la situazione di questo sport nel nostro Paese senza memoria. Ganna, Binda, Guerra, Bartali e Coppi, Magni, Moser e Saronni, e mi fermo qui, senza entrare nel mondo della tecnica, dei costruttori, dell'abbigliamento made in Italy: questi signori in bicicletta hanno fatto epoca ed epica, sono cultura e storia nazionale. Tutto dimenticato».

In questi giorni su Instagram lei sta usando toni forti per esprimere il suo malcontento.
«Non mi riconosco in questa Federciclismo, non mi riconosco in chi gestisce il ciclismo tout court. È vero che il Covid ha creato problematiche enormi, ma se quelli del Tour de France sono riusciti ad ottenere di correre ad agosto, vi pare logico fare il Giro d'Italia a ottobre? Alle 16.30 sulle Alpi è buio, per non parlare del meteo».

Ha anche aggiunto che «siamo ormai il quarto mondo del ciclismo».
«È la verità assoluta. Pensate che l'Italia non riesce a mettere in piedi una squadra World Tour, che sarebbe l'espressione di un sistema virtuoso politico-sportivo-sociale arrivato al top grazie a un lavoro collettivo. Mi domando: ma perché non si crea una Coverciano del ciclismo? Si potrebbe farvi confluire corridori di tutte le età e categorie, permettere alle squadre World Tour di vivere lì e intorno creare una sorta di college all'americana dove si convive; dilettanti, under 23, juniores, allievi, tutti a lavorare, collaborare, crescere, migliorare. Immaginate: nel giorno in cui il professionista tipo Nibali fa pochi km di scarico porta con sé anche allievi ed esordienti. Diventa così una scuola a tutti gli effetti, come se nella giornata di recupero i ragazzi andassero a palleggiare o fare tiri in porta con Cristiano Ronaldo. Ci sarebbe qualcosa di meglio? Invece...».

Invece?
«Penso a un Belgio che sforna talenti in serie tipo Evenepoel o Van Aert e noi siamo ancora appesi all'immenso Nibali, che però non è infinito. Chi c'è oggi dietro a Vincenzo, o anche accanto a lui? Qual è il nostro futuro? Spiace dire una cosa del genere».

Cipollini, lei negli ultimi mesi si sta muovendo con varie attività per rivitalizzare il ciclismo giovanile.
«Definirle "attività" al momento è una parolona, è più un sentimento nei confronti dei bambini che si approcciano alla bicicletta. "Attività" presuppone un qualcosa di imprenditoriale, organizzato, perfino con un mandato federale o per una squadra. Invece io faccio tutto a guadagno zero e al momento c'è solo un gruppo di persone amanti del ciclismo che ha risposto "presente" a un mio messaggio di appassionato vero».

Chi sono?
«Anzitutto la Ciclisti Padovani del mio amico ed ex compagno di squadra Alberto Ongarato, che lo scorso 25 luglio ha organizzato una giornata di festa con oltre 200 ragazzi. Poi stiamo tentando di definire un progetto che preveda la presenza di giovani alla Nove Colli incentrato sulla figura di Marco Pantani. Ci siamo incontrati proprio martedì a Cesenatico con Andrea Agostini, amico sia mio sia di Marco, sia con il sindaco Matteo Gozzoli».

Di che si tratta?
«Ci stiamo lavorando, ovviamente condizionati da quello che potremo fare per rispettare tutte le normative anti Covid. Come data abbiamo pensato al fine settimana del 12/13 settembre, prima dell'inizio delle scuole. Io mi sono permesso di consigliare l'idea di mettere i ragazzi di fronte alle "immagini" di Marco, non parlarne astrattamente ma far visualizzare loro quello che il Pirata ha realizzato grazie alla bicicletta. Serve catturare la loro attenzione sugli scatti di Marco, sui momenti più cruciali della carriera come l'incidente avuto alla Milano-Torino e la ripartenza, la sua voglia di farcela. E poi mi piacerebbe l'idea di poterlo andare a salutare».

Cioè?
«Sarebbe bello spostarsi tutti al cimitero con un plotone di bici, tipo circuito: entrare da una parte e uscire dall'altra. Sarebbe un omaggio che penso farebbe sorridere Marco. Vorrei davvero farlo quest' anno nonostante tutte le limitazioni perché, anche se ci fossero poche persone, sarebbe una prima pietra posta per poi costruire qualcosa di più grande e duraturo».

Mario, martedì oltre che dagli organizzatori della Nove Colli è stato pure da Pantani.
«Sono stato nella cappella dove è sepolto, sono rimasto qualche minuto lì, tremavo, è normale commuoversi. C'è un insieme di sentimenti che affiorano, abbiamo avuto una vita molto simile, quasi come fossimo allo specchio. Lui fondamentalmente è stato ucciso due volte: la prima il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando per colpa dell'ematocrito alto fu escluso dal Giro; l'altra il giorno della morte a Rimini il 14 febbraio 2004, in quelle circostanze mai davvero chiarite che tutti sappiamo. Io, sono stato ucciso una volta soltanto e la seconda fanno fatica, anche se vorrebbero».

Lei quando sente di essere stato ucciso?
«Quando nel 2013 la Gazzetta dello Sport decide di scrivere che sono stato dal dottor Fuentes e, quindi, coinvolto nell'Operacion Puerto in base a un numero di telefono scritto a lapis su una scheda che riconduce a un casa dove io abitavo a Lucca, mentre in realtà sono residente nel Principato di Monaco. È un colpo simile a quello inferto a Marco a Campiglio, nel momento in cui al mondo viene detto "Pantani vince perché è dopato". È lì che avviene come una morte, quando tu sai di essere più forte degli altri epperò viene presentata una realtà tramite cui spiegano le tue performance con la chimica. Il sistema deve crocifiggerti in pubblico perché è interessante vedere uno inchiodato mentre è l'emblema, l'icona della forza, dell'assolutezza come era Marco in quel momento e come, in alcuni casi, lo sono stato anche io...».

Ritiene che anche oggi stiano tentando di colpirla?
«Di certo in queste iniziative che sto portando avanti non ho alcun sostegno istituzionale, anzi trovo spesso molte porte chiuse. Ma sinceramente non ho bisogno di certi appoggi: non mi chiamano Re Leone per caso, io ruggisco e vado avanti. La forza della mia passione e della mia trasparenza mi arriva dal legame che avevo con Marco, che mi dà energia, e da tutte le migliaia di messaggi e riscontri che ottengo tramite i social, attraverso gli incontri che faccio con la gente comune quando sono in giro. Sono ormai abituato a percepire e andare oltre a certe cose negative. È un po' la mia vita, tante difficoltà da dover superare e grazie al ciclismo credo di esserci riuscito».

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