Cerca
Logo
Cerca
+

Fefè De Giorgi, mister volley confessa: "Sogno di allenare l'Inter"

Leonardo Iannacci
  • a
  • a
  • a

Curioso paese l'Italia. In Inghilterra o negli Stati Uniti a Fefè De Giorgi avrebbero già eretto una statua, sarebbe stato nominato Sir o gli avrebbero assegnato un seggio al Congresso. In Italia, questo personaggio che è prima di tutto una (gran) persona, è strato celebrato quando ha portato a casa mondiali ed europei, prima da giocatore e ora da ct, ma non ha quella vetrina che il suo sport, il volley, meriterebbe visti i risultati clamorosi che ottiene. Fefè e la magnifica pattuglia azzurra in grado di vincere tutto, tra il 2021 e il 2022, resta spesso in secondo piano rispetto a sua maestà Il calcio. Questo non toglie il sonno a Ferdinando De Giorgi. Un uomo tranquillo.

Fefè, davvero non sei invidioso della patinata ed eccessiva popolarità che gode il calcio?
«In Italia va così, pazienza. Però sono contento di riparlare con te, agli sgoccioli di questo 2022, delle nostre vittorie. Quella del volley azzurro e dei ragazzi che ho guidato all'oro europeo e al trionfo mondiale è soprattutto una bella storia. Una vicenda che dà speranza».

Il flash che ti viene in mente ripensando agli ultimi due pazzeschi trionfi, europei e mondiali?
«Sono felice per le emozioni che, dopo la finale mondiale vinta contro la Polonia, abbiamo generato tra i tifosi della pallavolo e tra chi sapeva poco o nulla del nostro sport».

Il momento più complicato vissuto lungo la strada lastricata di gloria?
«Direi la Nations League di Bologna, giocata poco prima del mondiale. Abbiamo preso due schiaffoni da Francia e Polonia, perdendo entrambe le partite per 3-0. Tuttavia guardando negli occhi dei miei ragazzi dopo i ko, ho capito che c'era già una scossa. In quel momento, sul piano mentale, stavamo iniziando a costruire il nostro incredibile mondiale».

Il giocatore che ti ha più sorpreso durante questo torneo trionfale?
«Giannelli per la sua leadership ma devo dire che Lavia e Romanò sono stati due assi di briscola inaspettati. Pensa che Romanò trova poco spazio nel campionato italiano, direi che ha giocato più minuti in nazionale che nella sua squadra di club. E questo è un segnale che la mia nazionale lancia al movimento: tutti sono indispensabili in un gruppo».

Nel 2011 ci avevi detto: sogno un giorno di allenare la nazionale. Aggiungendo: temo resterà un'utopia...
«Invece quel desiderio si è realizzato. Sai la cosa che mi ha fatto più piacere? Ho preso in mano la nazionale un anno fa, prima degli Europei, e ho imposto un deciso cambio generazionale. Sia ai campionati continentali che durante gli ultimi mondiali la nostra è stata la nazionale con l'età media più giovane. Quindi, con un grande avvenire».

Da giocatore sei stato campione di tutto, appartenevi a una generazione di fenomeni. Poi sei diventato un allenatore vincente, quindi un bravo telecronista, un interessante scrittore e, infine, persino un insegnante universitario. Roba da montarsi la testa...
«Non esagerare. Da docente tengo il corso "Teoria tecnica e didattica degli sport di squadra" all'Università di Foggia, quella dove mi sono laureato. Mi è utile, sai, parlare agli studenti e intrecciare le mie esperienze di allenatore con quelle di insegnante. Però quest' anno l'inizio del corso è stato complicato: ho passato la prima lezione a posare per dei selfie e a firmare autografi: avevamo appena vinto il mondiale!».

La dote che non deve mai mancare a un grande allenatore?
«La conoscenza dello sport nel quale sei impegnato, ovviamente. Ma io aggiungo la componente affettiva verso i propri giocatori. Quando li scegli per andare in battaglia, devi stare loro vicino, farti ascoltare ma anche ascoltare».

Vero che da ragazzo sognavi di diventare un grande calciatore?
«Ho iniziato giocando a calcio, sport che amavo e amo tuttora. Sono salentino e vivevo nella piccola Squinzano dove giocare nella locale squadra di calcio mi portava a fare allenamenti tutti i giorni. Così papà e mamma, nel timore studiassi poco, mi hanno convinto a giocare a volley. Anche per questo motivo mi sono diplomato all'Isef e, successivamente, laureato. Lo studio resta fondamentale».

La squadra calcistica del cuore?
«Il Lecce, anche se ho un debole per l'Inter».

Quest' anno Simone Inzaghi può credere in una rimonta scudetto?
«Difficile, il Napoli va come un treno e il Milan ha, onestamente, qualcosa in più».

Osservandoti mentre alleni e gestisci il gruppo, ricordi Carletto Ancelotti: non perdi mai la calma, trasmetti serenità, ti fai ascoltare senza urlare... 
«Per me è un onore, Ancelotti resta un esempio. Tuttavia uno deve essere sempre e solo se stesso. In panchina mi vedi tranquillo e riflessivo ma in allenamento sono parecchio esigente. La cultura del lavoro passa attraverso sacrifici». 

Pazza idea: se l'Inter ti offrisse la panchina? A Peterson accadde, nel 1988, quando Berlusconi gli disse: Dan, venga ad allenare il Milan... 
«Penso sia tutto possibile nella vita, la curiosità sarebbe estrema e il piacere anche. Ma devo essere realista, non ho la competenza calcistica e dovrei studiare i segreti di questo sport per troppo tempo, le sue tattiche, la tecnica». 

Però... 
«Come diceva James Bond? Mai dire mai... Pensa che qualche settimana fa mi hanno addirittura coinvolto in un docufilm sui vini!». 

Mancano 19 mesi allo Olimpiadi di Parigi. L'Italia ha vinto tutto, nel volley, meno l'oro ai Giochi. Sarà la volta buona? 
«La filosofia del gruppo azzurro è: pensare, crescere e affrontare le competizioni una per volta. A fine estate ci sono gli Europei in Italia, subito dopo le qualificazioni per Parigi 2024. Dopo, semmai, penseremo ai Giochi. Comunque ti ricordo che l'Italia non ha vinto l'oro alle Olimpiadi ma argento e bronzo sì. Non dimentichiamolo». 

Siamo al tie-break: cosa auguri all'Italia, inteso come Paese, impegnata nella difficile partita che si sta giocando in questo momento storico? 
«Vorrei trovasse l'entusiasmo, il sorriso, l'ottimismo e la voglia di vincere che avevano i miei ragazzi al mondiale. Quel ciclone di positività che ci ha portato a toccare vertici inimmaginabili alla vigilia». 

Dai blog