Flavio Cobolli? Cos'è successo a Budapest: perché è cambiato tutto

di Carlo Galatimartedì 8 luglio 2025
Flavio Cobolli? Cos'è successo a Budapest: perché è cambiato tutto

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Flavio Cobolli ha la faccia pulita di chi non ha perso l’incoscienza dell’età, ma allo stesso tempo la consapevolezza di aver varcato la soglia d’ingresso dei più grandi. Romano (anche se nato a Firenze) e romanista, guascone e sensibile, ha un obiettivo: crescere giorno dopo giorno, coltivando talento e umanità allo stesso tempo. Un ragazzo che ama il gruppo, le risate, il rumore buono dell’amicizia, che gioca meglio quando sente affetto attorno. E poi c’è Wimbledon con l’erba che profuma di storia.

Flavio ci è arrivato in punta di piedi e ci resterà da protagonista. Marin Cilic, ex numero 3 del mondo, vincitore agli US Open e finalista proprio a Church Road, è caduto in quattro set sul Campo 2: 6-4, 6-4, 6-7, 7-6. Il punteggio però dice poco. Dice di più lo sguardo di Flavio a fine partita, quasi incredulo: «È un giorno che sognavo da quando ero bambino». La gioia è esplosa tutta assieme. «Giocare con una leggenda come Marin, su questi campi... è quello per cui vivo».

SALITA
E pensare che la stagione era iniziata male. «Ero in difficoltà. Poi ho capito che dovevo cambiare: allenarmi meglio, mangiare meglio, pensare meglio». A Bucarest è tornata la fiducia, ad Amburgo la continuità. Wimbledon? «La mia fortuna è che so vivere le situazioni nel modo migliore. Sto nel chill». Intorno a lui, una piccola tribù affettuosa: una casa affittata con la famiglia e l’amico Edoardo Bove, che lo segue ovunque. «Mio fratello oggi ha pianto più di me. Era distrutto. Edoardo invece mi ha sempre detto che avrei fatto bene».

E poi c’è Stefano, il padre, il coach: «Fino ai 16 anni mi seguivano altri maestri. Lui non si intrometteva, non mi chiedeva nemmeno come andavano gli allenamenti».

Solo quando è stato Flavio a volerlo al suo fianco, tutto è cominciato davvero. Il loro è un rapporto intenso, quotidiano, fatto di litigi e abbracci, di discussioni e silenzi che durano poco. «Litighiamo ogni giorno, sembriamo matti, ma ci vogliamo un gran bene. Il nostro è un rapporto d’odio e amore, solo che lo viviamo a modo nostro. Lui è uno che si tiene tutto dentro, ma oggi è scoppiato. Ha pianto. E io l’ho capito subito, perché sono fatto allo stesso modo».

Quelle lacrime, a fine match, dicono molto più di mille abbracci: un padre che vede il figlio realizzare il sogno di entrambi. Un padre che, per una volta, smette di essere solo allenatore. Per capire meglio il loro rapporto è giusto raccontare un passaggio della loro esperienza a Wimbledon. Fine allenamento, i fotografi chiedono una foto di famiglia: mamma, fratello e Flavio. «E tu non vieni?» chiedono a Stefano Cobolli. «No, io sono l’allenatore».

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Wimbledon, per Flavio, è poesia. «Roma è casa, Parigi mi piace, ma qui... qui è storia pura, è eleganza». Fa finta di non essere scaramantico: «tranne per una cosa, la doccia. Sempre la stessa, è intoccabile (ride). Per il resto vado a sensazione. Cerco la pallina dell’ace per ribattere? No, non ci penso». Mente sapendo di mentire.

Due giorni fa ha spostato un allenamento pur di palleggiare con Djokovic. «In uno Slam di solito si riposa, ma sentivo che sarebbe stato utile». Lo stesso con Sinner e Alcaraz. «Cerco sempre di rubare qualcosa, soprattutto mentalmente». Jannik è un punto di riferimento. «Cerco di capire tutto. Da fuori sembra facile, ma poi capisci quanto lavoro c’è». Ora aspetta Djokovic, forse sul Centrale: «Voglio solo godermi il momento. Il campo, l’atmosfera, il pubblico. Punto dopo punto, col sorriso, pensando solo a me stesso».

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