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Emil Audero, confessione choc: "Cos'ho pensato dopo il petardo"

di Lorenzo Pastugliamartedì 3 febbraio 2026
Emil Audero, confessione choc: "Cos'ho pensato dopo il petardo"

2' di lettura

Calmo in apparenza, solidissimo nella sostanza. Emil Audero racconta così uno dei momenti più difficili della sua carriera, dopo lo scoppio di un petardo a pochi centimetri dal suo orecchio destro durante la gara della Cremonese. Un episodio violento, improvviso, che avrebbe potuto avere conseguenze ben peggiori. “È stato come prendere una martellata”, spiega il portiere in una intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo l’attimo dell’esplosione e il dolore immediato, fisico e mentale.

Nonostante lo shock, Audero è rimasto in campo per oltre quarantacinque minuti. Una scelta che non è stata istintiva, ma profondamente legata al suo modo di vivere il calcio. “Intanto c’era l’adrenalina della partita”, racconta, spiegando come solo dopo il fischio finale siano arrivati i dolori più forti. Ma la vera motivazione è un’altra: “Io mi ritengo un giocatore di campo e non me la sentivo di abbandonare così, anche se ero dolorante — ha proseguito — Ho deciso di restare, sentivo di potercela fare e non c’erano le condizioni per sospendere la gara”.

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Dentro, però, qualcosa si è incrinato. Audero parla apertamente di “una sensazione di vuoto morale che non avevo mai provato in vita mia”, di pensieri che tolgono energia e lucidità. “Ti dici ‘Stai giocando, stai facendo il tuo lavoro’, e realizzi che se quella bomba carta finiva poco più in qua, ti poteva fare male davvero”. Il giorno dopo resta la consapevolezza di essere stato fortunato. “Per la dinamica che c’è stata poteva andare peggio”, ammette, raccontando dei controlli medici a cui si sottoporrà per l’orecchio e il ginocchio. “All’inizio faticavo a sentire bene, poi l’udito è tornato”.

C’è spazio anche per una riflessione più ampia sul tifo e sulla violenza. “I tifosi sono una parte fondamentale del calcio”, sottolinea, ma è necessario distinguere da “minoranze, per le quali non trovo una parola giusta, che con il calcio c’entrano poco”. E se potesse parlare con chi ha lanciato il petardo, Audero sarebbe diretto: “Vorrei soltanto chiedergli qual è il suo scopo allo stadio — ha chiuso — Obiettivamente non trovo un senso”. Parole misurate, ma durissime. Come il colpo che ha incassato. E come la determinazione con cui ha deciso di restare in piedi.

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