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Milan, punto Cardinale

di Claudio Savellisabato 16 maggio 2026
Milan, punto Cardinale

3' di lettura

Gerry Cardinale rilascia un’intervista come se fosse un intervento sul palco in uno di quei summit di management e finanza che è solito frequentare. Non c’è un vero contraddittorio, c’è lui che si loda e chissà se s’imbroderà. Intanto si rivela per ciò che è: un uomo che pensa di avere la verità in tasca non solo sul Milan, ma anche sul calcio italiano. E allora verrebbe da domandargli come mai, pur avendo la verità in tasca, il Milan è peggiorato da quando è sotto la sua gestione: la lotta scudetto è un miraggio, la Champions è a rischio (servono 6 punti per essere sicuri tra il Genoa, domani alle 12, e il Cagliari) e un nuovo anno zero è all’orizzonte.

Dice Cardinale che il club è finanziariamente stabile ed è vero ma, dovesse fallire di nuovo la Champions, il bilancio si chiuderà in passivo. E non ci sarà più tutto il materiale da plusvalenza della scorsa estate: la rosa ora è ridotta all’osso e i nuovi acquisti (da Nkunku a Jashari, Ricci ed Estupinan) che non hanno reso sono stati pagati molto, quindi pesano parecchio a bilancio e, appunto, sono meno facilmente vendibili per generare plusvalenze. Se crollano sistematicamente i risultati sportivi, prima o poi lo faranno anche quelli finanziari che Cardinale definisce «sopra le aspettative». Perché il calcio non è uno sport americano: qui è il risultato sportivo a generare quello finanziario, non il contrario. TAMPONARE Se manca il risultato sportivo, nel breve si può tamponare a livello finanziario con il player trading con cui il Milan, solo nella scorsa estate, è riuscito a generare oltre 100 milioni di plusvalenze, e di questo bisogna dare atto a Furlani e Tare, pur nelle ormai note frizioni. Ma alla lunga, serve che funzioni la squadra. E che il pubblico ne sia soddisfatto, che vi si riconosca, che ci sia un’identità comune. Invece il Milan oggi è contestato dai suoi stessi tifosi, ed è una contestazione ben più strutturata del banale «demoralizzare la squadra», cosa che peraltro la curva non ha fatto, prendendosela prima di tutto con proprietà e dirigenza. Cardinale dice «di essere molto bravo» a fornire risorse, si dà «un voto più alto per i soldi che ho messo che per come li abbiamo spesi».

La parte buona (anche se i soldi non sono propriamente suoi, tant’è che dichiara di reinvestire i profitti del club) ha un nome, il suo; quella cattiva invece rimane buttata lì. Il modo peggiore per mettere a tacere «polemiche e falsità». Cita solo Allegri. «Rivaluterò tutto e tutti in estate», ma poi ieri nella riunione a Londra erano presenti solo Zlatan Ibrahimovic, Giorgio Furlani e Massimo Calvelli, manager in RedBird e già nel CdA del Milan, che non sembra interessato a rilevare il ruolo di amministratore delegato oggi ricoperto da Furlani. In ogni caso, se molti componenti del Milan sono egoriferiti, è perché lo è chi li governa, colui che «ha sempre vinto» nella classica visione un po’ tossica dei guru d’azienda. Anziché mettere nel calderone, senza citarla, l’Inter che «non si presenta a una finale di Champions e perde 5-0» e dire al calcio italiano che servono i soldi per fare le cose – che scoperta –, sarebbe il caso di concentrarsi sulle faccende di casa propria. E sistemarle “all’italiana”, per una volta: ovvero darsi una struttura tradizionale e codificata, inserendo dirigenti esperti e non alle prime armi, uomini di calcio e non di finanza. Paradossale, a tal proposito, che quello più fuori di tutti dal Milan sia Tare: il più esperto e il più “calcistico”.