C’è il via vai nella redazione sportiva del nostro quotidiano. Del resto dal 10 al 16 agosto sono di scena i XXVII campionati europei di atletica leggera, che si tengono all’Alexander Stadium di Birmingham nel Regno Unito. La fila si crea, formata dai colleghi, per seguire le gesta dei nostri connazionali. Battocletti, Fabbri, Jacobs e gli altri riempono le chiacchiere davanti alla macchina del caffè e tra le scrivanie. Ma da quest’anno c’è un dettaglio in più. L’Ebu, l’Unione Europea di Radiodiffusione, ha esteso - a luglio - una serie di nuove linee guida per una rappresentazione maggiormente “rispettosa” dell’atletica femminile. In sintesi la camera deve ridurre la sessualizzazione delle sportive.
Le indicazioni sono state pensate dall’European Athletics, con il sostegno di atlete come la saltatrice con l’asta britannica Holly Bradshaw e la lunghista serba Ivana Spanovic, per fare in modo che venga data una risposta netta contro «l’oggettivazione delle prestazioni atletiche femminili sullo schermo». Così La Stampa, attraverso la sua inviata a Birmingham, nel pieno degli europei torna sulla vicenda e dedica un articolo per dire, sostanzial mente, «stop a dettagli non necessari». Ci sono le vignette. Niente inquadrature del fondoschiena, niente indugio sui corpi, niente riprese frontali durante il salto in alto per evitare l’effetto “scosciata”.
«In mezzo alla mischia dei 5.000 metri che hanno imbottigliato Battocletti, fino a che lei non ha trovato la via di fuga per l’oro, è partito il tam tam di dissenso.
Spettatori disorientati davanti a riprese che a tratti hanno tagliato il filo della corsa per non compromettere le linee guida del rispetto». Il quotidiano torinese racconta in questo modo l’impresa della mezzofondista trentina. Per poi aprire la camera sui registi della televisione italiana che raccontano, attraverso la propria lente, lo sport. Giorgio Galli, da Mediaset, si concentra sulla pallavolo. Mostrare la chiamata di uno schema «non significa concedersi primi piani sui sederi», alleluia, ma un attimo dopo l’autrice dell’articolo mostra il «teppismo dello sguardo».
Eccolo il colpevole. Siamo noi. Maledetti i nostri occhi. Colpevoli di visioni patriarcali, maschi alpha della prospettiva, ossessionati dal looksmaxxing per carpire l’attimo del perfezionamento. Confessiamo di esserci piazzati davanti a un monitor con la lingua di fuori e l’espressione arrapata alla Fantozzi per guardare la finale dei 100 metri femminili. Non stavamo assistendo alla performance da 11 secondi netti della britannica Amy Hunt, medaglia d’oro. Non stavamo ammirando la grazia esplosiva dalla tatuatissima polacca Ewa Swoboda, seconda al traguardo, il nostro sguardo era intento a sessualizzare e bramare quei fisici. Peggio del catcalling. In questo l’Ebu ci tratta come degli adolescenti appena sconfinati nella pubertà. Il tartan della pista di atletica praticamente per noi - nella loro visione - equivale a Pornhub, ci manca solo che introducano la tassa etica per le atlete.
Eccoci immersi in un puritanesimo che arriva dall’altra parte dell’Oceano Atlantico e che è stato descritto, già cinquant’anni fa, nel libro Il male americano da Alain de Benoist e Giorgio Locchi. Un moralismo persecutorio, mentre tutto intorno è competizione senza frontiere tra chi sessualizza maggiormente i messaggi attraverso il fisico. Non ci concentriamo sul gesto, sull’armonia dell’atto ripetuto all’infinito da queste campionesse che sono arrivate, attraverso il proprio strumento ovvero il proprio corpo, al vertice delle varie discipline. Dopo che il ’900 ha infilato il sesso in ogni anfratto, ora ci troviamo a doverci coprire gli occhi per guardare lo sport femminile. E le imprese delle atlete diventano il futile davanti a telecamere diventate perbeniste.




