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Giro, Tour e anche Mondiale: super Finn è un baby Pogacar

di Carlo Galativenerdì 28 agosto 2026
Giro, Tour e anche Mondiale: super Finn è un baby Pogacar

3' di lettura

Per dieci anni il ciclismo italiano ha cercato un corridore capace di riportarlo dove Vincenzo Nibali lo aveva lasciato, in lotta per vincere Giro, Tour e Vuelta. Lorenzo Mark Finn non è ancora una risposta definitiva, perché a diciannove anni nessuno può esserlo, ma è il primo a rendere nuovamente credibile la domanda. Sale, va forte a cronometro, recupera e soprattutto domina le corse a tappe, ha tutto ciò che serve per cominciare a sognare. In ventitré mesi il ligure ha vinto il Mondiale juniores a Zurigo, quello Under 23 a Kigali, il Giro Next Gen e il Tour de l’Avenir. Rosa e giallo nella stessa stagione; prima di lui soltanto Gianbattista Baronchelli nel 1973. Finn ha chiuso 2’34” davanti al primo inseguitore, prendendosi la cronoscalata di Flaine e l’ultima tappa al Lago Serrù con uno scatto a due chilometri dall’arrivo facendo quello che fanno i grandi di questo sport quando decidono di vincere dominando. Ed è proprio qui che nasce il paragone più ingombrante.
Finn ricorda Tadej Pogacar nel modo di stare sui pedali, nella figura sottile, nella naturalezza con cui cambia ritmo e nell’istinto di togliersi gli avversari di ruota, facendo di necessità virtù. Non possiede una grande volata, così ha trovato la soluzione: arrivare da solo.

Ovviamente la strade dei futuri campioni è lastricata di paragoni e nessuno sa se diventerà Pogacar, ma pensa la corsa allo stesso modo, non aspettando che accada qualcosa, ma facendo in modo che quella cosa accasa. Dipendendo da lui. La sua storia era cominciata altrove. Figlio unico di due ingegneri, mamma Chiara ligure e papà Peter inglese di Sheffield, è cresciuto a Salto, frazione di Avegno sopra Recco. Da bambino giocava a calcio e a tennis. La bici arrivò a dodici anni, quando il morbo di Osgood-Schlatter gli provocava dolore al ginocchio e pedalare era più semplice che correre. Con il padre scoprì la fatica delle salite liguri e nel 2019 si iscrisse alla Bici Camogli. Alla prima gara dimenticò le spille per fissare il numero; non sapeva stare in gruppo: «Per questo andavo in fuga, per stare al sicuro». La svolta è arrivata nel 2023 con la Cps Professional Team. Al Giro della Lunigiana Finn finì secondo dietro Paul Seixas, il coetaneo con cui il ciclismo europeo misura già il proprio domani. Il francese ha bruciato le tappe e quest’anno è arrivato quarto al Tour de France; Lorenzo ha scelto un’altra strada. Dopo la maturità scientifica al Leonardo da Vinci di Genova avrebbe potuto salire subito nella prima squadra della Red Bull-Bora, ma è rimasto tra gli Under 23: aveva «una maglia di campione del mondo da mostrare» e voleva indossarla per un anno.
Si chiama programmazione.

È anche per questo che il paragone con Kimi Antonelli funziona. Sono quasi coetanei, hanno terminato il liceo prima di consegnarsi completamente allo sport e rappresentano la risposta italiana a discipline diventate sempre più internazionali. Kimi è già in testa al Mondiale di Formula 1; Finn si prepara ora all’urto con i grandi. Lo farà dal 2027 nel WorldTour, ma ha già vinto tra i professionisti il Sibiu Tour e a settembre correrà il Mondiale di Montreal tra gli Elite. La Francia gongola con Seixas e fa bene. L’Italia risponde con il ragazzo metà genovese e metà inglese che ama il Monte Cornua. «Avere gli occhi puntati su di me è un autentico privilegio», dice. Da Nibali in poi, nessun italiano aveva offerto così presto un insieme tanto credibile di qualità da grande Giro. Non sappiamo fin dove arriverà Lorenzo Finn, finalmente, però, sappiamo che adesso abbiamo qualcuno da aspettare. E forse neanche così tanto.