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Milan, Demetrio Albertini gela tutti: "Io quella roba lì oggi non la vedo"

di Lorenzo Pastugliagiovedì 24 settembre 2026
Milan, Demetrio Albertini gela tutti: "Io quella roba lì oggi non la vedo"

2' di lettura

"Franco è stato un leader silenzioso. Ci ho messo un anno per dargli del tu, se no gli davo quasi del lei. Non perché incutesse paura, ma perché incuteva un po' di timore. È stato un insegnante". È uno dei ricordi più curiosi che Demetrio Albertini affida alla lunga intervista concessa a Fanpage.it, ripercorrendo gli anni del grande Milan e il rapporto con Franco Baresi, capitano e simbolo di una squadra che ha segnato un’epoca.

E proprio da Baresi, secondo Albertini, arrivava qualcosa che andava oltre il campo: "Lui, insieme agli altri leader del mio primo Milan, ha trasferito a noi, che poi siamo diventati leader del Milan successivo, quello che era il Dna del Milan, di una squadra vincente. Il senso del lavoro, il rispetto del compagno prima di tutto, il rispetto dei compagni, la preparazione alla partita. Questo è quello che ci ha insegnato Franco".

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Un'eredità che oggi, guardando il club rossonero, Albertini fatica a ritrovare: “Oggi non vedo chi possa trasferire quel tipo di milanismo. Però ogni gruppo ha il suo Dna e anche questo gruppo deve creare il suo Dna". Il problema, spiega, è anche nella continua trasformazione dell'ambiente: "Quando cambi tanti giocatori, tanti effettivi e tutte le volte riparti da zero. Ed è sempre difficile. Negli ultimi anni è cambiato spesso l'allenatore, è cambiata la società, sono cambiati i dirigenti e sono cambiati i giocatori. Quindi il senso di appartenenza diventa più difficile da costruire".

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Albertini quel senso di appartenenza lo ha imparato sul campo, in una squadra dove ogni giocatore aveva un ruolo preciso e dove il talento individuale doveva essere messo al servizio degli altri. "Io ho sempre fatto il regista". E proprio il regista, racconta, deve conoscere le caratteristiche di chi ha accanto: "Se hai davanti Van Basten o se hai davanti Pippo Inzaghi, sono due calciatori differenti. Se hai dietro Baresi o un altro giocatore, sono responsabilità differenti. Devi riuscire ad adeguarti. In poche parole, devi essere a disposizione della squadra".

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È una filosofia che Albertini ha portato anche oltre il calcio giocato. Nel suo libro Le lezioni del campo, edito da Gribaudo, racconta infatti un percorso fatto di talento, disciplina, responsabilità e rapporti umani. E una frase ne riassume il senso: "la sostanza, nel calcio come nella vita, è ciò che rimane quando finisce l’applauso". Dal Milan a Barcellona, passando per Madrid e Roma, Albertini ha conosciuto ambienti e culture diverse. Ma il modello rossonero resta uno dei riferimenti più forti della sua storia. "Quando vinci sei scomodo agli occhi degli altri. Ma l'obiettivo era essere ammirati e apprezzati da tutti. Questo è un insegnamento che ci ha dato”. Oggi, a distanza di anni, quella lezione resta. E il ricordo di Baresi, per Albertini, non è soltanto nostalgia: è la fotografia di un modo di intendere il calcio, la squadra e l’appartenenza.