Pure Pietro Parolin interviene sulla vicenda di La Spezia. E lo fa per ribadire un buonismo di maniera. Perché, dice il segretario di Stato Vaticano, punire non serve più di tanto. Quello che manca, piuttosto, è l’inclusione e l’educazione. Già, proprio così. «Più sicurezza?» chiede in risposta a una domanda dei cronisti a margine di un evento di Azione Cattolica, la celebrazione eucaristica con l’esposizione delle reliquie di San Pier Giorgio Frassati, riguardo alle misure di sicurezza in arrivo dopo il caso dello studente accoltellato a morte a La Spezia.
«Io direi più valori, più educazione, aiutare questi ragazzi a riflettere, a vivere anche le cose positive, a non lasciarsi trascinare, certo ci vogliono evidentemente anche delle misure di sicurezza, non lo neghiamo ma non sono sufficienti» dichiara Parolin. Alla domanda se si possa dire quindi “più educazione e meno repressione”, ha risposto: «Se vogliamo usare una formula usiamo questa, sì».
E insomma, pure il cardinale scivola sul buonismo. Ma se da un prete cattolico tutto sommato parole del genere sono comprensibili, lo sono meno se vengono da un politico. Perché si dà il caso che sulla vicenda sia intervenuto pure Sandro Ruotolo. E arriva persino quasi a incolpare il governo. Già, perché il componente della segretertia nazionale del Pd, nonché europarlamentare, è intervenuto sulla vicenda di La Spezia con parole discutibili, dicendo, testuale, che «la via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti». Proprio così. Ma riportiamo per esteso le parole di Ruotolo.
«La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale “Domenico Chiodo”» dichiara l’europarlamentare «ci lascia sgomenti e profondamente addolorati». «È il segno di un tempo» afferma Ruotolo, «attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili. Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano. Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva».
QUESTIONE MINORILE
«Oggi la questione minorile» dice ancora Ruotolo «è la questione centrale del Paese: da la Spezia a Napoli, a Milano, a Roma. Da Nord a Sud. È la cifra di un’epoca in cui il rapporto con l'educazione, la cultura, lo studio non riesce più a produrre anticorpi sociali. Questo è il punto: la famiglia non è più un anticorpo sufficiente, la scuola nemmeno. La solitudine, invece, cresce e domina. E quando una società smette di prendersi cura dei suoi ragazzi, il prezzo lo paga tutta la comunità. Troppo spesso questi adolescenti, sospesi e fragili, incontrano lo Stato, la scuola, la formazione, la legalità e perfino i sogni solo entrando in carcere. Eppure interventi tempestivi e mirati sarebbero decisivi: permetterebbero di fermarsi, di riflettere sulla gravità dei gesti, di interrompere una spirale che nasce dall’istinto e dall’istante».
«Il carcere minorile, troppo spesso, non è la soluzione ma parte del problema» conclude Ruotolo, «e la via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare».
Ma a far scadere ulteriormente la tragedia in farsa ci si mette pure l’immancabile Riccardo Magi. «Dopo quattro anni di governo, è legittimo dichiarare fallito il modello Meloni sulla sicurezza, fatto di slogan, propaganda, decretazione d’urgenza e spreco di soldi pubblici. Lo dimostrano i vari decreti e provvedimenti sfornati in materia, dal dl Caivano ai decreti sicurezza, passando per i centri in Albania dove sono impiegati decine di agenti e di mezzi delle Forze dell’ordine a fare la guardia a gabbie vuote» dichiara il segretario di Più Europa, strumentalizzando la vicenda a fini politici.
PROPAGANDA
«É proprio sudi loro» aggiunge, «che si scatena la peggiore propaganda del governo, che ora ripesca dal cilindro lo scudo penale, che si scrive tutela per gli agenti in servizio ma che in meloniano si legge copertura di chi abusa del potere. Invece che mettere mano al codice penale, sarebbe molto più utile cominciare con l’obbligo dei codici identificativi sulle divise degli agenti in servizio di ordine pubblico, che garantirebbe di individuare chi sbaglia durante operazioni come la gestione di manifestazioni, tutelando invece chi svolge correttamente il proprio lavoro, oltre che l’immagine stessa delle forze dell’ordine e di polizia. Questo sì che sarebbe uno scudo, per gli agenti e per i cittadini». Per fortuna a portare un po’ di buonsenso ci ha pensato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che annuncia anche l’approvazione entro fine mese del pacchetto sicurezza. Quello de La Spezia «è un episodio molto grave, drammatico, rispetto al quale ci dobbiamo interrogare e impegnare molto a capire come sia stato possibile» dice il titolare del Viminale ai microfoni del Tg5.
«Se fosse successo per strada ci staremmo interrogando sul sistema di prevenzione e se il controllo di territorio poteva esprimere qualche cosa di più. Invece è successo in una scuola e quindi ci dobbiamo interrogare come sia possibile che dei ragazzi poco più che maggiorenni, regolino i propri conti attraverso l’utilizzo di coltelli, portandoseli da casa» sottolinea Piantedosi. «Noi pensiamo che ci debba essere qualche cosa che vada oltre i sistemi di sicurezza, i sistemi di prevenzione tradizionali, qualche cosa che riguardi anche la cultura, l’educazione di questi ragazzi» aggiunge. «E anche un po’ la sollecitazione del senso di responsabilità. Noi con il provvedimento che abbiamo messo in campo qualche cosa di questo c’è». Quanto al nuovo pacchetto sicurezza, spiega Piantedosi, «ha un buono stato di maturazione e ci sarà una concertazione a Palazzo Chigi tra i ministeri interessati. Credo che giungerà presumibilmente entro la fine del mese al Consiglio dei ministri per esse® RIPRODUZIONE RISERVATA re approvato».




