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Ecco la telefonata tra Ingroia e il boss mafioso, quella che nessuno pubblica

Se è giusto diffondere le intercettazioni, cominciamo da quella (innocente) tra il pm di Palermo e il protetto di Provenzano

Ecco la telefonata tra Ingroia e il boss mafioso, quella che nessuno pubblica

 

di Filippo Facci

Ma sì, pubblichiamo tutto, chi se ne frega: quindi anche i dialoghi telefonici della mia portinaia e quelli del presidente della Repubblica. Costituzione, rilevanza penale? Chi se ne frega, forse aveva ragione l’amico e collega Gianni Barbacetto (che scrive sul Fatto Quotidiano) quando disse a Omnibus, su La7, che «trovo benemerito raccontare che cosa dicono i politici quando pensano di non essere ascoltati, a me del piano penale non importa nulla, a me interessano i fatti, io sono per un uso non giudiziario anche del piano penale. Le persone che si telefonano raccontano loro stessi, in diretta, è quindi evidente che non c’è nulla da accertare».

Vale per i politici e vale per tutti i personaggi pubblici, quindi anche per i magistrati, quindi anche per Antonio Ingroia. Un valido contributo a cotanta trasparenza potrebbe quindi risultare dalla pubblicazione, ora e qui, di un brogliaccio del 2003 in cui i carabinieri del Nucleo operativo di Palermo annotarono degli appunti circa alcune telefonate intercettate: accadeva, per la precisione, il 28 febbraio del 2003 alle ore 9.36; gli attori del caso erano due, anzi tre. Uno è Michele Ajello, mafioso di Bagheria, ex re delle cliniche e primo contribuente siciliano, protetto personalmente da Bernardo Provenzano e successivamente arrestato e condannato. Un altro è il poliziotto Giuseppe «Pippo» Ciuro, strettissimo collaboratore di Ingroia e suo vicino di scrivania e compagno di vacanze, l’uomo che il 26 novembre del 2002 varcò il portone di Palazzo Chigi per interrogare Silvio Berlusconi (assieme a Ingroia, ovvio) ma che pure, il 4 novembre successivo, sarà arrestato e condannato per favoreggiamento del citato Aiello. Il terzo attore, a cui Pippo Ciuro passa la cornetta per parlare proprio Aiello, si chiama Antonio Ingroia che pure i presenti chiamano «’u professore». E di che parlano? Parlano di lavori edili che erano in corso a Calatafimi, provincia di Trapani, appunto «in una casa di ’u Professore», lavori che «per ora sono fermi perché vuol farli fare a persone di sua fiducia».

Ingroia e il protetto di Provenzano parlano di mattonelle, di tramezzi, di muri, di colori, di tempi di consegna, di un primo conto dopo che il padre – il padre di Ingroia, proprietario della masseria di Calatafimi – ha ricevuto un finanziamento agevolato dalla legge sul terremoto del Belice. Sì, il Belice, nel 2003: ancora giravano soldi per un terremoto di 35 anni prima, cose molto siciliane. Alla fine della telefonata comunque Aiello rassicurava Ingroia: tranquillo dottore, ci pensiamo noi. 

Ecco: i rischi delle intercettazioni sono tutti qui. Sono nella malizia, infinita, che può ritagliarsi attorno a un episodio del genere, roba che qualche giornale o partito nemico potrebbe montare e rimontare per mesi. Senza magari precisare, sempre e con chiarezza, che non solo nella vicenda non v’è la minima rilevanza penale riguardante Ingroia: ma lo stesso Ingroia, nel momento della telefonata, era già al corrente dell’indagine che alcuni suoi colleghi conducevano su Aiello e Ciuro, tanto che il «professore» fu invitato a far finta di niente. Un doppio gioco incrociato. Pippo Ciuro, prima di essere scoperto dai pm (Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo) aveva procurato all’amico Ingroia un’impresa che appunto ristrutturasse il casolare paterno a Calatafimi: e l’impresa scelta da Ciuro fu proprio quella di Aiello. Del resto, all’epoca, Ciuro era ancora il braccio destro di Ingroia (in Procura li chiamavano «puri e ciuri») e al mare avevano i villini affiancati, laddove per un’estate si affaccerà anche l’incolpevole Marco Travaglio che era legato a entrambi (a Ciuro e a Ingroia) ma che a ricordargli l’episodio, ogni volta, perde il lume della ragione. Dal canto suo anche Michele Aiello, sino all’arresto, era uno che - dirà Ciuro in un colloquio con Libero - «i signori magistrati ci sono andati a cena, si sono fatti costruire le case, e quando lui aveva bisogno, correvano». Ma tutta questa faccenda - l’episodio, la telefonata, il casolare, i finanziamenti per il terremoto del Belice - rimarranno confinati a un articolo come questo: come è giusto, e come tuttavia non è accaduto per altri personaggi o per altre vicende pompate per mesi, benché oggi ne sia rimasto poco o nulla. Un nulla però inutilmente trasparente.

 

 

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Commenti all'articolo

  • selvaone

    28 Agosto 2012 - 12:12

    io mi diverto come un matto a leggere certe cose ;DD

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  • ansimo

    27 Agosto 2012 - 22:10

    All'autore del commento 17 voglio chiedere dove ha letto che Berlusconi è stato sempre ricco. Lui ha sempre detto il contrario e di essersi fatto da "solo". Quanto pensi che possa guadagnare un direttore di Banca? Il direttore è un semplice dipendente mica il proprietario della banca. E prima di fare il direttore della Banca Rasini cosa faceva? Secondo te i mafiosi sono i magistrati? Ma quando giochi a guardie e ladri che ruolo ti piace interpretare? Fatti vedere da un veterinari, ne hai bisogno.

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  • robin-ud

    27 Agosto 2012 - 18:06

    Si' è ora di riforme anche per i magistrati. Se ognuno di noi deve rispondere di scarsa professionalità, di scarso rendimento o di colpevole condotta, ebbene anche i magistrati siano soggetti a regole che li scoraggino dal protagonismo e quando sbagliano deliberatamente o per scarsa conoscenza della loro attività, ne paghino le conseguenze. Siamo stanchi di errori giudiziari, di concorrenza tra magistrati ad aggiudicarsi indagini che danno popolarità e via dicendo, facendo sperperare denaro pubblico. Io personalmente sono stanco di ascoltare le tante notizie che riguardano la loro categoria. Purtroppo non si può non notare che molti magistrati, stanchi delle loro fatiche si "offrono volontari" per un'altra carriera : quella politica, come se fino a quel momento molti di essi non ne avessero mai fatta. ROBIN UD

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  • piccionesecco

    27 Agosto 2012 - 17:05

    Come sempre solo Libero ci fa sapere notizie che tutti gli altri giornali komunisti nascondono! I veri mafiosi sono i magistrati che fanno favori a loro parenti coi soldi del terremoto, si fanno regalare le Mercedes, entrano in politica e vanno in vacanza a nostre spese in CentroAmerica dopo aver tormentato il Cavaliere con accuse inventate ed insinuazioni sulle sue ricchezze, ignorando che Lui era ricco di famiglia (suo padre, quello del Trofeo Berlusconi, era un banchiere famoso a Milano, Direttore della Banca Rasini!)

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