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Le tre sorelline uccise a Lecco

E Simona scriveva su Facebook
"Mamma è la mia migliore amica"

Il post che Simona aveva pubblicato su Facebook

Sul banco di Simona è stato poggiato un mazzo di fiori bianchi. Margherite e gigli per la ragazzina di 13 anni che domenica è stata uccisa dalla madre Edlira Copa assieme alle sorelline di 10 e 3 anni nel loro appartamento nella frazione di Chiuso, in provincia di Lecco. I suoi compagni hanno fatto lezione così, col profumo funebre di fiori che domani saranno già da buttare. Non vedranno mai più la loro amica, neppure dopo il funerale, visto che la famiglia del padre ha espresso il desiderio di trasportare le salme in Albania. Prima, però, bisognerà attendere l’esito dell’autopsia del dottor Paolo Tricomi prevista per le 14 di oggi. È un atto dovuto, è l’ultimo strazio prima del silenzio.
E dire che solo 16 giorni fa Simona scriveva sul sito Ask.fm: «Mia mamma è la mia migliore amica». A leggerlo ora mette i brividi e rende tutto ancora più incomprensibile.
Ad accompagnarle nel viaggio verso la loro ultima casa sarà il papà, Bashkim Dobrushi, che ieri è tornato proprio dall’Albania e che è stato descritto dagli investigatori come «un uomo distrutto».
Dobrushi, operaio specializzato che vive da 15 anni in Italia, ha detto poche frasi interrotte da molti «non so». Non sa cosa sia scattato nella mente dell’ex moglie, non sa come abbia fatto ad accoltellare le bambine che aveva cresciuto fino a quel momento, non sa molte cose. Intanto ha ricostruito i suoi spostamenti nei giorni precedenti alla tragedia, il viaggio in auto fino a Bari, poi la nave per tornare a casa, dove era andato per presentare ai suoi famigliari la nuova compagna, una ragazza di 25 anni.
Edlira sapeva tutto, si erano separati di fatto da un anno, anche se gli atti li avevano firmati da poco, eppure non riusciva ad accettare di essere stata abbandonata per un’altra donna. Per una ragazzina che non aveva vissuto i suoi dolori, che non era costretta a far quadrare ogni giorno i conti per tre bambine. La odiava, odiava lui e l’idea di una vita di stenti per le sue figlie. Era diventata un’ossessione. Ai carabinieri ha spiegato così i suoi omicidi: «Dovevo farlo perché era giusto, io ho salvato le mie figlie da una sorte crudele, le ho salvate dai cattivi, sennò sarebbero diventate prostitute. Ero sola e loro non potevano vivere in questa disperazione».
Un atto d’amore, secondo lei, che nessuno potrà mai capire né giustificare. Neppure sua madre, Atlije Copa, la nonna delle vittime, che ai giornalisti albanesi ha ricostruito l’escalation di miserie vissute da Edlira: «Mia figlia aspettava un bambino e l’ha perduto. Con suo marito aveva dissidi di natura economica e le cose sono peggiorate quando lei ha deciso di comprarsi un ettaro di terreno a Rrashbull, vicino Durazzo. Voleva usarlo per costruire una casa, ma i fratelli di suo marito non le hanno permesso di farlo lei ci aveva investito 20mila euro. Il fegato le dava un sacco di problemi e dopo essersi operata ha dovuto lavorare per mantenere le figlie. Per gli sforzi che ha fatto ha perso il bambino che aspettava ed è caduta in depressione. Dio la perdoni ma vi giuro che lei ha sofferto davvero tanto».
Ora Edlira è in un letto del reparto di Rianimazione dell’ospedale Manzoni di Lecco, con le ferite che si è procurata dopo gli omicidi nel tentativo di togliersi la vita. Ha subito un’operazione al duodeno, ma le condizioni sono stabili e per qualche giorno resterà lì. Dopo spetterà al pubblico ministero Silvia Zannini, titolare del fascicolo per triplice omicidio volontario aggravato dai rapporti di parentela, decidere che misura cautelare chiedere al gip.
«Questa è una tragedia che lascia tutti senza parole. Il dovere della scuola è ora quello di tutelare la memoria delle piccole vittime». A parlare, con grande difficoltà, è Giampiero Grasso, il preside delle scuole dei rioni Chiuso e Maggianico di Lecco frequentate dalle bambine: Simona andava in terza media, Keisi in quinta elementare, e Sidny al primo anno d’asilo. «Quando mi hanno avvisato ho sentito il mondo cadere».

di Salvatore Garzillo

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