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Giampaolo Pansa: La forza della "banda Verdini" sono i segreti custoditi da Denis

Denis Verdini

Se Maurizio Crozza non ti prende per i fondelli nel suo Paese delle Meraviglie, vuol dire che conti meno del due di picche. E se per caso ti trastulli con la politica è meglio che abbandoni la scena, scegliendo di passeggiare ai giardinetti. Nella Casta dell’annata 2015 è una regola barbarica, ma tutto sommato giusta. L’abbiamo vista applicare l’altro ieri, venerdì 16 ottobre. Il grandissimo Crozza si è deciso a mettere in scena un personaggio che si rodeva di restare nell’ombra. Poi Crozza ha fatto il miracolo. E ha sfottuto Denis Verdini, il traditore di Silvio Berlusconi, nonché nuovo alleato del premier Renzi. Presentato come il conducente di un taxi in grado di trasferirsi da un potere politico all’altro. E di fornire lo stesso servizio a chiunque sia pronto a voltare gabbana, cambiando campo e livrea.

Esistono due modi di raccontare la vicenda frontaliera del Verdini. Uno è quello colto, da analisi politologica capace di spaziare in una fase temporale che va dal 1945 a oggi. Lunga un settantennio, partendo dalla nascita della Repubblica ai giorni nostri. Non è un metodo usuale per il Bestiario, rubrica da chiacchierata al caffè e senza pretese culturali. Ma può servire a inquadrare meglio il fenomeno Verdini e comprenderne sino in fondo la natura e il peso.

Dal dopoguerra in poi, la politica italiana ha conosciuto prima la fase dei grandi partiti: la Dc, il Pci e il Psi. Poi si è manifestato il virus del correntismo e i colossi hanno iniziato a sgretolarsi. Quindi siamo passati all’epoca dei micro partiti, nati sui cadaveri delle parrocchie più forti. Adesso siamo arrivati all’era dei califfati. Guidati, come dice la parola stessa, da califfi in carne e ossa.

Volete dei nomi? De Luca in Campania, oggi malsicuro per il timore che la Corte costituzionale dichiari che non era eleggibile e lo mandi al tappeto. Emiliano in Puglia. Crocetta in Sicilia. Zaia in Veneto. E fino a ieri il sindaco di Roma, lo sfigato Marino. Ma i califfati non sono l’ultimo stadio della mutazione incessante che ci offre la Casta. Infatti stiamo arrivando a un fenomeno nuovo: quello delle bande.

Il Bestiario ci tiene a precisare che la parola «banda» non ha nessun significato spregiativo. Indica soltanto un gruppo politico connotato dalla mobilità. Il califfato esige un minimo di struttura: assessorati, aziende partecipate, clientele, tifoserie distribuite sul territorio. La banda è ben più agile. Si adatta con facilità alla guerriglia parlamentare. Può trasferirsi da una maggioranza all’altra. È in grado di ferire i vecchi amici e rendere felici quanti venivano considerati avversari.

Infine la banda ha un vantaggio su tutte le altre mutazioni della Casta. È quello di essere per sua natura infedele. Non conosce patti, gerarchie, neppure rapporti di amicizia. Si muove soltanto sulla base della propria convenienza. È mutevole, si adatta alle circostanze, può servire il nuovo principe, ma può anche tradirlo. A volte si dà un’insegna, una bandiera, un nome. Pur essendo pronta a dimenticare tutti questi orpelli.

La banda Verdini è la traduzione pratica, ruspante e un po’ fumettara di queste apparenze. A cominciare dalla figura del capo. Un tipo alto, massiccio, chioma bianca curata da un sapiente coiffeur, una bella faccia da imperatore romano della decadenza, il ghigno di chi sembra riflettere su problemi cosmici, mentre sta preparando un’altra delle sue trappole. Anche l’età è quella giusta: 64 anni, non più troppo giovane e non ancora troppo anziano.

In certe congiunture politiche l’età è importante. Denis ha quindici anni meno del suo vecchio leader, Silvio Berlusconi. E ha servito il Cavaliere per un tempo lunghissimo, con una venerazione che rasentava l’idolatria. Rileggere quel che diceva di Silvio, spiega perché il monarca oggi tradito sia in preda a un terribile choc da abbandono.

Di Silvio, lo sfrontato Denis sosteneva: «Io ritengo Berlusconi il grande innovatore della politica italiana. L’unico che può cambiare questo paese. È vero: confesso di essere politicamente innamorato di Silvio. Essere innamorati di lui è quasi un dovere. Capisco persino l’odio nei suoi confronti. È talmente bravo e inaffondabile da far venire la bava alla bocca degli avversari».

In un’altra intervista, il Verdini si era spinto ancora più in là: «Berlusconi deve essere eletto presidente della Repubblica. Credo che il Quirinale sia l’ovvia evoluzione della sua epopea politica. Silvio è un personaggio unico al mondo. È quasi impossibile non subirne la fascinazione. Tuttavia io mi innamoro delle donne. Non vorrei che, dopo avermi accusato di essere massone, adesso si dica di me che sono pure gay».

Anche il Cav subiva il fascino di Denis. Gli aveva messo in mano il partito, poiché lo considerava assai più bravo del povero Angelino Alfano, il segretario privo di quid, senza il tocco magico. Lo portò con sé quando andò a incontrare il premier Renzi per gettare le basi del Patto del Nazareno. E un bravo giornalista fiorentino che sa tutto di Matteo, David Allegranti, captò un retroscena del colloquio tra i due.

Da collaudato sottaniere, Silvio domandò al presidente del Consiglio come fosse messo a donne. Matteo alzò le spalle: qui di donne non ce ne sono, perché come si dice a Firenze la cosa peggiore che può capitare è di essere «becco di ganza». Fu Verdini a tradurre l’immagine al milanesone Silvio: «Il becco di ganza è quello che si fa mettere le corna dall’amante».

Dopo tanti anni di convivenza con Berlusconi, Denis potrebbe scrivere un libro esplosivo: “Tutto quello che so di Silvio e dei suoi nemici”. Ma di certo si guarderà bene dal farlo. Per un motivo che dobbiamo tener bene a mente: la vera forza del capobanda Verdini sta nei segreti che custodisce. Ha detto uno del suo gruppo, il senatore Vincenzo D’Anna, un parlamentare estroso che si è già fatto conoscere dal pubblico televisivo: «Nessuno può permettersi il lusso di insolentirlo o di attaccarlo, perché Denis sa troppe cose…».

Quali cose? D’Anna ha spiegato: «Se Verdini parlasse, potremmo scoprire che qualcuno ha fatto il ministro perché era una bella ragazza oppure era funzionale a raggiungere certi risultati da parte di Berlusconi. Denis conosce vita, morte e miracoli di tutta la classe dirigente del centrodestra. Quanto a Renzi, esiste una vecchia conoscenza tra i due. Dal momento che il padre del presidente del Consiglio è amico di Verdini…».

Volete un altro testimone di certi legami nascosti? Davide Vecchi del Fatto quotidiano è andato a stuzzicare Umberto Cecchi, pistoiese, classe 1940, giornalista, nel 1994 eletto deputato di Forza Italia, poi direttore della Nazione di Firenze.

Cecchi ha detto: «Renzi e Verdini sono identici, due schiacciasassi. Finiranno per eliminarsi. Chi vincerà? Renzi è un affabulatore, riuscirebbe a vendere qualsiasi cosa. Ma la politica non è un set di pentole. Con tante parole e zero fatti, resta il fumo. Verdini, invece, è uno pratico, non mostra mai una cosa se prima non ce l’ha. E non rischia mai di bruciarsi».

Morale della favola? Se devo essere schietto, non so quale sia. Ma temo l’arrivo di una notte che vedrà i Verdini moltiplicarsi. Comunque, viva l’Italia dei califfati, delle bande e dei becchi di ganza.

di Giampaolo Pansa

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Commenti all'articolo

  • paolo.vismara63

    21 Dicembre 2015 - 09:09

    Verdini è colluso con la Renzi & C. Certo che difende la Boschi difende i suoi interessi. E' un essere viscido orripilante, falso

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  • nick2

    19 Ottobre 2015 - 09:09

    Ma va’ là, Pansa, Verdini appoggia Renzi, perché Berlusconi, per non sputtanarsi del tutto, non lo può fare direttamente. Il governo Renzi preserva gli interessi degli industriali e quindi anche del suo padrone, che non vuole rischiare di perdere il suo impero. La flat tax, l’uscita dall’Europa, il ritorno alla lira sono tutte balle che voi dipendenti date in pasto ai poveracci per imbonirli.

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