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Matteo Renzi, Pietro Senaldi e il dietrofront sulla mozione di sfiducia a Bonafede: "Più che ululato il suo è un belato umiliante irriso"

Pietro Senaldi
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«Un cane lupo de guardia a una villa tutta la notte stava a fa bubbù. Una cagnola je chiese: Perché dai l'allarme quanno nun c'è gnente? Dice: Lo faccio pe' nun perde er posto». Ancor prima che Renzi annunciasse in Senato che non avrebbe sfiduciato il Guardasigilli Bonafede, Grillo già si faceva beffe di lui, pubblicando il sonetto di Trilussa sul cane che abbaia alla Luna. Tutti sapevano come sarebbe finita la storia del voto sulla poltrona del ministro della Giustizia, che il centrodestra e la Bonino avevano sottoposto al gradimento del Parlamento. M5S e Pd avevano detto che sulla tenuta di Bonafede si sarebbero giocati i destini del governo, il leader fiorentino non ha avuto il temperamento per vedere se i suoi alleati bluffavano o facevano sul serio, e così i suoi ululati si sono spenti in un belato umiliante e irriso. D'altronde, un altro letterato ha insegnato che il coraggio, se uno non ce l'ha, non se lo può mica dare da solo. Quanto accaduto ieri è una pagina dolorosa nella vita politica di Renzi. Un po' perché il fiorentino, malgrado tutto, è l'unico leader di questa maggioranza che somigli a un politico e si ponga il problema di cosa fare per l'Italia, molto perché ci tocca tenerci il Guardasigilli peggiore della storia e perché la figuraccia di Matteo ha fatto uscire dalla clausura Grillo, la cui sparizione mediatica era stata uno dei pochi aspetti positivi della quarantena.

 

 

L'ex premier ha tenuto in scacco la sua maggioranza, più virtualmente che nella realtà, per settimane, minacciando la sfiducia a Bonafede. Pare che dal tira e molla gli italiani abbiano guadagnato la sanatoria di trecentomila clandestini, targata Bellanova, e il partito di Renzi qualche incarico di seconda fila in più. Bottino disastroso per il Paese e magro per il Richelieu di Rignano sull'Arno. Da ieri Italia Viva è sempre più morta mentre il governo mezzo trapassato ha guadagnato altri scampoli d'agonia.

PRIMA DONNA
Fin qui, tutto chiaro e prevedibile. Quello che sfugge ai più, e probabilmente anche agli stessi renziani, che se si ripeteranno scene come quella di ieri tra poco si potranno contare sulle dita delle mani, è perché l'ex rottamatore abbia messo in piedi una commedia dal finale scontato, un thriller che finisce a tarallucci e vino. Strategia dell'attenzione, dicono gli esperti del Palazzo. Matteo è una prima donna, vuole stare sempre sulla scena e pretende che il premier Conte lo omaggi di continuo, per ringraziarlo di aver fatto da levatrice al suo secondo governo. A questo proposito, ci permettiamo un suggerimento al leader di Italia Viva, che da come si comporta sembra rimasto privo di buoni consiglieri. Ieri Matteo ha fatto in Senato il solito discorso retoricamente impeccabile e concettualmente sensato, ma se a esso non seguono i fatti, il leader rischia di passare per uno dei tanti politici chiacchiere e distintivo; anzi, chiacchiere solo per distinguersi. Non si può dire che la mozione di sfiducia al Guardasigilli è fondata e poi tenerlo in piedi. I politici sono abituati al teatrino, e magari si compiacciono pure delle proprie performance, ma la gente non ne può più, specie di questi tempi, dove il 95% degli italiani afferma di aver le scatole piene dei giochi di palazzo.

Il Parlamento, per quanto screditato e bellamente ignorato da questo governo, resta un'istituzione e la giustizia è un tema delicato. Le accuse a Bonafede, di inadeguatezza, involontario favoritismo verso i boss e poco limpida gestione delle nomine più importanti del proprio dicastero, erano gravi. Chi dice di condividerle anche solo in parte, non può mercanteggiare la conferma del ministro e pensare di uscirne con la camicia pulita. Chi invece non le condivide, non deve strumentalizzarle per ottenere vantaggi. Che abbia fatto la prima o la seconda cosa, comunque Renzi ha indossato l'abito del giullare di corte quando serviva quello dello statista. Quando aprì il tormentone Bonafede, ormai un mese fa, il leader fiorentino legò la sua fiducia al ministro a un deciso cambio di rotta del governo sul piano economico. Martedì, prima del voto, ha spedito la Boschi da Conte a parlare per ore di come salvare il Paese. Entrata a Palazzo Chigi come l'amazzone di Italia Viva, Maria Elena ne è uscita come una delle bimbe di Conte, il nutrito fan club femminile del presidente del Consiglio. Senz' altro la ex ministra avrà ottenuto qualche vittoria politica, ma non spiegabile in maniera soddisfacente agli elettori, che ormai sono il grande problema del giglio sfiorito. La sensazione è che Matteo abbia fatto perdere a tutti tempo ed energie che non ci possiamo permettere di sprecare.

DA FANFANI ALL'UDC
 Spiace arrivare a queste conclusioni, perché abbiamo a lungo sperato che il leader fiorentino, che ha avuto la forza di lasciare il Pd per fuggire dalla deriva sinistra e grillina dei dem, potesse incarnare nel governo rosso profondo un'anima vicina ai cittadini attivi, democratici e liberi. Purtroppo invece gli è mancato il coraggio di andare a vedere le carte dell'alleato. Nessuno vuol votare nella maggioranza e se Italia Viva avesse sfiduciato Bonafede, forse sarebbe caduto il governo, ma la crisi avrebbe dovuto aprirla Conte rischiando la propria poltrona. Sarebbero nati nuovi equilibri ma non un nuovo Parlamento. Certo, per compiere un passo del genere bisogna sapere dove si vuole arrivare e cosa fare una volta al traguardo. Il fatto che Renzi strepiti ma non si risolva mai a nulla fa sorgere il sospetto che egli ignori sia la prima sia la seconda cosa. Di scuola democristiana, si presentò all'Italia evocando il toscano Fanfani ma ora si comporta peggio di un malpancista dell'Udc. Vada a lezione da Alfano se gli interessa solo governare per governare.

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