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Roberto Battiston, l'uomo che misura l'indice Rt: "Quando potevamo sconfiggere il Covid. Ma non lo abbiamo fatto"

Pietro Senaldi
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Errare è umano, perseverare è contiano. Il braccio di ferro con il Covid-19 dura da un anno, anche qualcosa di più, come indicato dal nome stesso del virus, però la sensazione è che non abbiamo ancora individuato la strategia per mettere il nostro avversario ko. Se supponiamo che la sfida sia in pareggio con l'indice del contagio, il famigerato Rt, a quota 1, quando esso va sotto la soglia, siamo in vantaggio e respiriamo, e quando esso sale rischiamo il collasso. Il guaio è che tutte le volte che siamo riusciti, a prezzo di grandi sacrifici economici e sociali, a mettere lo zero davanti all'Rt, non siamo mai stati in grado di produrre lo sforzo finale che ci consentisse di sconfiggere il virus.

L'errore principale è stato all'inizio quando, come tutto il mondo occidentale, abbiamo sottovalutato l'epidemia. L'allarme scattò a fine 2019 ma Europa e Usa confidarono che il Covid-19 andasse come la Sars, la polmonite cinese del 2002, letale ma che non riuscì a varcare i confini. Solo che in vent' anni nel mondo sono raddoppiati i viaggiatori e il Corona ha dilagato, smentendo le previsioni di Conte che ancora nel febbraio scorso dichiarò: «L'Italia è prontissima».

Altro errore fu indugiare e non fare la zona rossa nella Bergamasca, malgrado a inizio marzo l'Rt dalle parti di Nembro e Alzano Lombardo viaggiasse intorno a 3,6, valore vicino ai massimi della trasmissibilità raggiungibile dal Covid. In ogni caso, dopo tre mesi di chiusura dura, il Paese uscì dall'emergenza e visse un'estate tranquilla, con l'Rt sotto 1 e solo un'impennata a Ferragosto. E siamo al terzo errore, l'apertura delle discoteche, che portò al riacutizzarsi della pandemia tra i giovani e a un indice del contagio dell'1,4 a livello nazionale ma con picchi quasi del 3 in Sardegna. Il numero degli infetti però non raggiunse livelli alti e così fu possibile il miracolo di settembre, con la diffusione del virus in costante calo malgrado fossero aperte tutte le attività oggi chiuse: ristoranti, negozi, palestre, piscine.

È ai primi di ottobre che tornarono i guai, con scadenza inesorabile, due settimane dopo la riapertura delle scuole e il ritorno dell'intera popolazione a una vita sociale e lavorativa quasi ordinaria. L'Rt schizzò in pochi giorni a 1,7 e il governo decise le chiusure, che in un mese e mezzo fecero calare i contagi a 0,8, ai primi di dicembre. E qui ci fu il quarto, tragico errore, che stiamo pagando adesso con un andamento di ricoveri e infetti che ci fa parlare di terza ondata: le riaperture del 6 e del 10 dicembre e il cambio di colore delle Regioni da rosso ad arancione e giallo. Oggi, malgrado i quindici giorni di serrata coincidenti con le feste natalizie, l'Italia riparte con grandi incognite e una mappa multicolore delle Regioni, destinata a cambiare continuamente. Per capirne di più, Libero ha contattato Roberto Battiston, autorità algebrica del Covid, scienziato e professore di Fisica Sperimentale all'Università di Trento, autore di La matematica del virus - i numeri per capire e sconfiggere la pandemia, libro illuminante che spiega come a ogni decisione del governo è seguita una conseguenza necessaria e prevedibile con precisione aritmetica.

Professore, come si sconfigge il Covid?

«Anche con le equazioni differenziali. Alla base della trasmissione del virus c'è una scienza esatta che conosciamo da oltre un secolo e si fonda sull'analisi di modelli compartamentali e dei loro effetti sulla società». Che errori abbiamo commesso in Italia? «Uno, fondamentale, sta nell'approccio mediatico, che ha portato il grande pubblico a credere che il virus vada e venga a seconda del vento e delle stagioni. Invece il Covid abbassa la testa o la rialza esclusivamente in funzione dei nostri comportamenti sociali».

Davvero la stagionalità non è importante?

«Ha importanza, perché d'estate stiamo più in giro, teniamo le finestre aperte e i raggi ultravioletti distruggono il virus più rapidamente. Ma si tratta di un'importanza relativa, che sull'epidemia ha un impatto inferiore rispetto alle regole e ai comportamenti umani».

E adesso a che punto siamo?

«Abbiamo perso un'occasione. Le chiusure di fine ottobre e novembre avevano portato l'Rt a 0,5 in varie Regioni. Nelle zone rosse, come Toscana, Lombardia o Piemonte, l'indice era sceso regolare come un orologio e il picco di contagio si era ridotto. Meno nelle Regioni arancioni, ancor meno in quelle gialle. Poi le riaperture parziali del 6 e del 13 dicembre hanno compromesso i risultati raggiunti».

Cosa sarebbe successo se non avessimo riaperto a dicembre?

«Che il governo, probabilmente, sarebbe riuscito a mantenere la promessa di riaprire la scuola in presenza il 7 gennaio. Invece, complici i movimenti pre-natalizi, assistiamo a una recrudescenza del virus».

Perché non beneficiamo degli effetti delle chiusure natalizie?

«Tra qualche giorno mi aspetto un calo del ritmo dei contagi, ma dubito che sarà significativo».

Quindi ritiene insufficiente il nuovo giro di vite impresso dal governo a partire da oggi?

«Con i nuovi parametri sono cinque le Regioni arancioni e quindici quelle gialle. Un recentissimo articolo dell'Associazione Italiana di Epidemiologia mostra che la zona gialla serve a poco e quella arancione ha un impatto limitato. Per spingere con decisione l'Rt sotto quota 1 serve il rosso».

Non ce lo possiamo permettere sotto l'aspetto economico

«Queste sono decisioni politiche in cui non entro. Da scienziato mi limito a dire che continuare ad aprire e chiudere non risolve né la situazione sanitaria né quella economica. Aggiungo che cambiare spesso le regole, perché ti tirano per la giacchetta o perché non hai coscienza che il meccanismo dell'epidemia risponde a leggi ferree, non aiuta le persone a seguirle».

La zona gialla può essere un buon punto di mediazione tra le esigenze economiche e quelle di contenimento dell'infezione?

«No, se sei in giallo con un indice tra 1 e 1,25; altrimenti finisci come il Veneto, rimasto giallo sempre e che oggi si ritrova con 89mila infetti, 24 volte più che a settembre. Per essere giallo devi essere sotto 1, come stabilito dalle ultime disposizioni».

Come si stanno comportando gli italiani?

«Bene, secondo me. Hanno rispettato i divieti. Se quando poi si apre, escono, la politica non può certo prendersela con loro».

Che criteri seguiamo ora per decidere aperture e chiusure?

«Fino a poco tempo fa si decideva prevalentemente in base all'indice di trasmissione del contagio e alla possibilità del sistema sanitario di sostenere l'epidemia. Con tre fasce: sopra Rt 1,5 rosso, sopra Rt 1,25 arancione e sotto giallo, se le terapie intensive sono sotto controllo».

È una buona regola?

«Si sono rilevati valori di Rt alti che hanno portato a un equilibrio fragile. A settembre eravamo intorno a 1,1 e poi è riesploso tutto, con la ripresa delle scuole e della vita sociale e lavorativa».

Oggi siamo messi come a settembre?

«Per la verità, peggio. Non conta solo la trasmissibilità del virus. Altrettanto importante è il numero di infetti, la morbilità. A fine settembre c'erano circa 50mila positivi registrati, indice della quantità nella popolazione di persone che potevano contagiare. Oggi abbiamo mezzo milione di ammalati ufficiali e probabilmente altrettanti positivi inconsapevoli: sono dieci volte quanti ne avevamo a settembre».

La terza ondata è inevitabile?

«A ottobre sono bastati un Rt a 1,6 e 50mila positivi per decuplicare gli infetti in tre settimane. Per calcolare la rapidità di diffusione della pandemia non basta l'indice di contagio, bisogna considerare anche la morbilità e l'incidenza del virus, ovverosia quanti nuovi positivi si registrano ogni settimana ogni centomila abitanti. Se sono più di cinquanta, la situazione è critica. È in questo contesto che si applicano le nuove disposizioni del governo e le nuove fasce, più basse: rosso con Rt sopra 1,25, arancione sopra 1».

Come stiamo a incidenza oggi?

«Tutte le Regioni hanno un'incidenza superiore a 50».

C'è poco da stare allegri

«Siamo stati a un passo, a inizio dicembre, dalla soglia di sicurezza. Se da oggi rendessimo rosse tutte le Regioni in 40 giorni porteremmo l'indice Rt a valori molto bassi e il numero di infetti crollerebbe».

E poi cosa ne impedirebbe una nuova risalita?

«Procedere rapidamente alla vaccinazione di massa è il miglior freno al virus. Per ogni 400mila vaccinati l'Rt si riduce dell'1%. Quando arriveremo a 42 milioni, l'indice di trasmissibilità sarà pari a zero perché gli infetti non troveranno più persone sane da contagiare».

A settembre era quasi tutto aperto, piscine, bar, luoghi di lavoro, eppure l'indice scendeva

«Il motivo è che non era ancora ripartita la vita normale. Con ogni probabilità i mezzi pubblici, per trasportare le persone a scuola o al lavoro, sono stati un incubatore enorme, ben più delle classi scolastiche, dove si possono porre argini efficaci alla circolazione del virus».

Sarebbe possibile una circolazione controllata del virus con aperto quasi tutto come a settembre?

«Solo se fossimo organizzatissimi, con ingressi contingentati sui mezzi pubblici e ristoranti che tracciano i clienti, come accadeva a settembre e oggi non più».

Le carenze nel tracciamento sono la nostra altra grande pecca?

«Se non tracci, non sai quanti e chi sono i malati e non puoi fermare il contagio. I giorni che passano tra il tampone e l'esito del medesimo, che in una fase sono arrivati a essere anche cinque o sei, fanno sì che la pandemia vada fuori controllo. È un cane che si morde la coda, più infetti hai, meno puoi controllare, per questo è necessario riportare l'Rt sotto 1. Ci siamo andati vicini tre volte, a giugno, settembre e dicembre, ma non siamo stati capaci di costruire sui risultati».

E ora, che strategia stiamo seguendo?

«È tutta una corsa al vaccino, cercando di limitare i danni fino al raggiungimento dell'immunità di gregge, ma bisogna stare molto attenti perché con mezzo milione di positivi registrati è un attimo tornare a una situazione fuori controllo».

Battiston non lo dice né cerca di farlo capire. La mia sensazione personale però è che il governo non può tornare alla zona rossa, perché è una scelta impopolare che esacerberebbe la popolazione e sarebbe interpretata come un'ammissione d'errore. Neppure però è in grado di tracciare la trasmissione del virus, giacché è impensabile che con un milione di positivi e un Rt nazionale a 1 si riesca a fare quello che a settembre, con dati ben più favorevoli, è risultato impossibile. Quindi andremo avanti a girare il rubinetto multicolore giallo-arancione-rosso in base ai dati sullo sviluppo della malattia che giungono a scadenza settimanale, perciò di fatto arrivano già vecchi. E si salvi chi può

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