Lampedusa, 8 ott.- (Adnkronos) - In piu' di cinquecento, tra cui venti bambini piccolissimi, ammassati in pochi metri quadri, stretti gli uni agli altri, senza potersi muovere. E chi doveva andare in bagno, era costretto a farsela addosso. Oppure, se doveva fare la pipi', doveva usare una bottiglia. L'unico a potere usare la cuccetta della cabina del barcone era 'il Capitano', lo scafista, mentre tutti gli altri dovevano restare immobili al loro posto. Sono soltanto alcuni dei retroscena emersi dai racconti di alcuni sopravvissuti al terribile naufragio avvenuto all'alba di giovedi' davanti alla costa di Lampedusa e costata la vita ad almeno trecento profughi, provenienti dall'Eritrea o dall'Etiopia. Soltanto grazie al racconto di sei testimoni, cinque eritrei e un etiope, la Procura di Agrigento, ha potuto incastrare il presunto scafista arrestato all'alba di oggi mentre si trovava all'interno del Centro d'accoglienza, a pochi metri dagli altri 154 sopravissuti. Si tratta di un tunisini, Khaled Bensalam di 35 anni. Lo scorso aprile era gia' stato arrestato per lo stesso reato ed espulso, ma e' tornato con il suo carico di morte. Secondo il Procuratore capo di Agrigento Renato Di Natale, l'aggiunto Ignazio Fonzo e il pm Andrea Maggioni, non ci sono dubbi. E' lui, Bensalam, il 'Capitano', cioe' l'uomo che ha acceso l'incendio a mezzo miglia dalla costa per farsi notare da un'imbarcazione. A confermare la sua presenza accanto al fuoco anche una vistosa fasciatura al braccio. Non solo. I racconti dei sei testimoni sono molto circostanziati, precisi, a volte terribili. Raccontano, tra le lacrime, fin nei minimi particolari, cosa e' accaduto all'alba del 3 ottobre davanti alla Tabaccara, uno dei posti piu' incantevoli di Lampedusa, con un'acqua limpida caraibica e altissime pareti di roccia bianca. "L'imbarcazione aveva capitano e un assistente. Ad un certo punto il motore e' andato in avaria mandando fuori uso anche l'impianto elettrico dell'imbarcazione. Ho sentito gridare il 'Capitano' in arabo: 'accendete le torce'. Dopo avere sentito la frase ho sentito che l'imbarcazione prendeva fuoco. Immediatamente ho visto per la prima volta, seppure di sfuggita, il capitano in viso", racconta un giovane eritreo, Aregai, 34 anni, al magistrato che ha raccolto le testimonianze del naufragio. Il tunisino e' accusato di omicidio pulrimo, procurato naufragio e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. E' accusato di essere a capo di un traffico di esseri umani. Proprio oggi la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha incontrato i magistrati agrigentini per valutare l'apertura di un'inchiesta antimafia per il traffico umano. Sono gli stessi testimoni a spiegare ai magistrati che quando si sono imbarcati sulla barca della morte c'erano dei sorveglianti armati che vigilavano le operazioni di imbarco. Ogni profugo, per potere partire, ha dovuto pagare una somma che variava dai 1.300 ai quattro o cinquemila dollari. (segue)




