Roma, 18 dic. - (Adnkronos) - Il movimento dei Forconi rappresenta il punto di arrivo di venti anni di antipolitica. Venti anni di rivendicazioni sociali, iniziati con Tangentopoli, fondate soprattutto "su un risentimento sociale diffuso per il quale tutti ce l'hanno con tutti". A pensarla così è Alessandro Campi, politilogo, docente di Storia del pensiero politico all'Università di Perugia, che, parlando con l'Adnkronos, tende ad escludere una deriva violenta perché "in Italia non si sono mai fatte rivoluzioni e il movimento è piuttosto frastagliato". Per il politilogo, i Forconi sono dunque "il punto di arrivo di venti anni di predicazione contro la politica e le Istituzioni. Un atteggiamento cavalcato dal '93-94 in poi da molti soggetti politici, dalla Lega alla destra estrema, da Berlusconi a Grillo. Un lento scavo, che ha portato con sè un sentimento di sfiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei suoi rappresentanti". Un fenomeno che, nel tempo, "si è trasformato in rabbia e protesta bypassando i partiti e i leader che si sono fatti artefici della protesta stessa: i partiti che hanno alimentato l'antipolitica ora non sono più in grado di controllarla. E' ciò ha determinato il fatto che i cittadini si sono organizzati da soli. Neanche Grillo - rimarca Campi- l'ultimo demagogo apparso sulla scena italiana, è riuscito ad incanalare la protesta nei binari del Parlamento". Le rivendicazioni scandite dalla gente che occupa le piazze italiane, per Campi, si innestano "su un fondo particolare. Il nostro è un Paese tendenzialmente anarchico e individualista nel quale c'è stato sempre un atteggiamento antistatale. Questi movimenti rifiutano ogni forma di confronto, se la prendono con tutti. Ma, al di là della carica distruttiva, la piattaforma politica che propongono non è chiara". In altri termini, oltre allo "slogan 'mandiamoli tutti a casa' non c'è molto. In qualche caso -sottolinea il politologo- alcune categorie in piazza assumono atteggiamenti pretestuosi, perché negli anni hanno ottenuto agevolazioni di qualunque natura. E poi bisogna distinguere da classe sociale a classe sociale. Non si possono mettere sullo stesso piano gli agricoltori, che per decenni hanno goduto di contributi pubblici, con i pensionati o i cassaintegrati", evidenzia Campi. (segue)




