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Quei nove personaggi in cerca di Enrica Bonaccorti

La scrittrice pubblica un volume di aforismi, poesie e racconti in bilico tra divertimento e disperazione: ve lo raccontiamo
di Bruna Magivenerdì 9 gennaio 2026
Quei nove personaggi in cerca di Enrica Bonaccorti

3' di lettura

Questa è una recensione intrisa di tenerezza, malinconia, ammirazione, ma anche rabbia per il destino avverso. Ne ho scritte tante, nessuna così. Occorre una premessa per capire meglio: il libro è Nove novelle senza lieto fine- Con poesie, ballate, aforismi e una preghiera” (Baldini Castoldi, pag,251, euro 18), autrice Enrica Bonaccorti, con la quale condivido la passione per la scrittura, un’antica amicizia e la nostra città natale, Savona, dove lei era tornata anni fa, dopo la mia insistenza, con il suo primo romanzo, La pecora rossa per raccontare vita e carriera, in Sala Rossa, nel palazzo Comunale. Accadde dopo un incontro casuale in Stazione Centrale a Milano, l’avevo conosciuta per un’intervista, dove ridemmo come matte perché ci eravamo incrociate per caso alle toilettes.

Nuovo incontro estivo in Puglia, per parlare di libri sotto gli ulivi di Fasano, in un acceso dibattito, perché Enrica è così, difficile toglierle la parola, al limite del litigio, ma un piacere ascoltarla. Poi, di recente, le ho telefonato, e non sapevo se farlo oppure no, il cuore mi batteva nell’incertezza, perché la motivazione era il fatto che lei aveva appena rivelato di avere un cancro al pancreas, «come Eleonora Giorgi». Molto altro è “sbocciato” in questo suo libro bellissimo e curioso, ha un struttura inedita, singolare, suddivisa tra racconti, aforismi e poesie, sempre in bilico tra l’autoironia, il divertimento, la disperazione che la vita ci infligge.

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A volte con un libro viene la tentazione di cominciare dalla fine, in questo dagli aforismi, che, in poche parole essenziali, racchiudono la gioia o la disperazione, l’amore o la fine, oppure il sorriso: «Non mi chiedere chi sono/Sono te quando mi ami». «L’importante è restare giovani fuori/Dentro lo rimaniamo tutti». «Mi manca la mia vita/L’ho persa a mia insaputa». E poi la «Brutta notizia», 2025: «Non riesco a pensarci/non riesco a non pensarci/Ma non so che pensare». E infine la singolare preghiera, un’alternativa femminile al Padre nostro: «Madre mia che sei cieli, sia ricordato il tuo nome/ si avveri il tuo sogno/ fa che la tua bontà dal cielo mi guidi in terra...Ma aiutami a resistere alle tentazioni e liberami dal male/Mamma». Come scrive Silvio Ramat nella postfazione, la Bonaccorti ha sempre avuto il rispetto o addirittura il culto della poesia, alcune sue canzoni scritte per Domenico Modugno ebbero un enorme successo, come La lontananza o Amara terra mia.

Ma la struttura portante di questo libro sta nel racconto di nove vite, quelle di persone che sono sul punto di afferrare la felicità, ma ne vengono crudelmente private. Gli antichi lo chiamavano Fato, noi destino: se credi al suo implacabile disegno, ti passa la voglia di fare qualsiasi cosa, ti convinci che è inutile “sbattersi”. Se le unisci in sequenza, come le perle di una collana, ti accorgi che costituiscono la vita dell’autrice, riflessa in uno specchio. O in altri oggetti. Vina vede la sua nello specchio di un armadio, e si illude di poter trasformare in gioia le sofferenze. Marina ormai nonna è attratta di un giovane uomo illudendosi di poter riacciuffare la vita, come rinascere un’altra volta, perché lui è capace di farla ridere. E Ignazio, afflitto da un volto mostruoso, non riesce ad appagarsi con il successo di scrittore famoso, ma cerca il chirurgo più bravo perché vuole piacere anche fisicamente alle sue lettrici. Storie che non sfuggono al destino di molti umani, anche punizioni dantesche da legge del contrappasso. Accade anche in senso buono, come Dino che scopre la santità dopo aver vissuto da dissoluto. Paolino, avido ed egocentrico come molti artisti, si nutre dell’amore devoto della sua assistente, Carla ritrova a sorpresa il primo amore in un casinò.

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Giovanni, affarista infedele in ogni senso, finirà vittima di un intrigo. Anna Paola, un tempo derisa, ritrova un’amica del liceo e scopre il gustoso sapore della vendetta. Personaggi in cerca d’autore, quelli della Bonaccorti, che dona loro la vita perché già li possiede tutti, in se stessa. Ecco infatti come si descrive nel suo autoritratto: «Un’introversa logorroica. Una pigra stakanovista. Una socievole eremita. Una timida sfacciata. Un’arrendevole prepotente. Un’impulsiva irrazionale. Una lucida sentimentale. Un’aggressiva affettuosa. Un’invisibile disponibile. Una pragmatica idealista. Un’anarchica monarchica. Un’entusiasta depressa. Una tipa speciale molto normale». Un’abile, sottile scrittura, quella della Bonaccorti, arricchita da un humour graffiante che dedica anche a se stessa e alla sua polivalente professione, di attrice e autrice. «Ognuno sta solo al centro del palco, trafitto da un occhio di bue, ed è subito sipario», scriveva già nel 1973, parodiando Quasimodo. 

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