Non è un rifugio, la nostalgia. È un dispositivo. E in Backroom, il nuovo romanzo di Eleonora C. Caruso, diventa qualcosa di ancora più insidioso: una macchina narrativa capace di riscrivere il presente mentre pretende di salvarlo.
Dimenticare questa ambivalenza sarebbe un errore di lettura. Perché Caruso sta mettendo il passato sotto processo. Fin dalle prime pagine, il libro costruisce una percezione alterata del tempo. Gli anni Novanta evocati vengono isolati. L’epoca dell’infanzia e della formazione del protagonista si trasforma in paradigma di stabilità, ultimo momento in cui il mondo sembrava obbedire a una logica condivisa. Ma quella stabilità è già, implicitamente, una costruzione.
Non esiste un “prima” innocente: esiste il bisogno di crederci. Il protagonista - figura refrattaria a ogni classificazione lineare- incarna questa tensione fino alle estreme conseguenze. Cresce ai margini, osserva, registra, si sottrae. Il suo rapporto con la realtà è mediato da una distanza costante, che diventa ideologia. Se il presente è incoerente, allora va corretto; se il mondo è fuori asse, allora va riportato a un punto di equilibrio. Qui Backroom (Nutrimenti, pp. 208, euro 18) compie il suo scarto decisivo: dalla diagnosi alla volontà di intervento. In questo passaggio si inserisce la riflessione più potente del romanzo: quella sulla rete. Caruso evita tanto la retorica apocalittica quanto l’ingenuità celebrativa, e costruisce un ecosistema ambiguo, in cui il digitale è insieme rifugio e campo di battaglia.
Il lavoro di moderazione dei contenuti - osservatorio privilegiato dell’orrore quotidiano - espone il protagonista a una realtà iper-visibile e, proprio per questo, anestetizzante. La violenza è flusso, e il compito di “filtrarla” si trasforma in una forma di partecipazione involontaria. È in questa saturazione che prende forma l’idea più inquietante del libro: sottrarsi.
Non individualmente, ma collettivamente. La comunità che nasce attorno al protagonista è un esperimento di rifondazione, un luogo in cui il tempo viene congelato, il presente espulso, la complessità ridotta a sistema. La promessa è quella di una purezza ritrovata; il risultato, inevitabilmente, è un meccanismo chiuso, autoreferenziale, attraversato da tensioni che non possono essere solo represse. Caruso lavora con precisione su questa ambiguità. Non giudica apertamente i suoi personaggi, li lascia muovere dentro una struttura che progressivamente rivela le proprie crepe. L’utopia si consuma sotto il peso delle contraddizioni che pretendeva di cancellare. È un processo lento che restituisce al romanzo una dimensione profondamente tragica. Dal punto di vista stilistico, Backroom conferma la capacità dell’autrice di costruire una prosa stratificata, capace di oscillare tra registri diversi mantenendo coerenza. Caruso mette il lettore di fronte a una domanda scomoda: cosa siamo disposti a sacrificare per credere che il mondo possa tornare a essere comprensibile? La risposta non è mai esplicita.




