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La stagione del sole che ci riempie di vuoto

Da Pavese a Morante, fino a De Chirico e Dino Risi, così gli artisti raccontano l’inquietudine di quei mezzogiorni infiniti
di Paolo Bianchilunedì 22 giugno 2026
La stagione del sole che ci riempie di vuoto

4' di lettura

«Odio l’estate» cantava il non abbastanza ricordato Bruno Martino, in un pezzo omonimo del 1960, che poi cambiò titolo per chiamarsi semplicemente “Estate”, forse perché il termine “odio” risuonava inopportuno nel repertorio di un pianista e crooner da night club. L’amarezza inevitabile di certe estati la si rivive anche nella rotonda sul mare di Fred Bongusto; altro che festa, musica, amici. Ma l’estate e il mese di agosto, «almeno fino a Ferragosto», la odiava anche Natalia Ginzburg, che lo scrisse in un articolo del 1972. Tra ieri e oggi il polo nord terrestre ha raggiunto la massima inclinazione: è il solstizio, l’inizio ufficiale dell’estate (che negli ultimi anni è cominciata e finita più estesamente che a memoria d’uomo). Gli artisti, di per sé lunari e ciclotimici, ne hanno spesso terrore, forse perché i mesi dell’afa e della canicola sono quelli delle vacanze, e vacanza ha la stessa etimologia di “vacuo”, cioè vuoto. Nel Dopoguerra gli italiani scoprirono le ferie, quelle tre settimane obbligatorie da dissipare sui prati o sui bagnasciuga. Ma “Feria d’agosto” è anche una raccolta eterogenea di racconti e riflessioni di Cesare Pavese, uscita nel 1946, una summa del suo pensiero pessimista, delle sue delusioni e disillusioni. Anche ne “La bella estate” la protagonista Ginia «qualche volta pensava che questa estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere». Il presentimento che ogni felicità è provvisoria.

«E per quanto la notte sapesse di fresco ed estate, regnava in quel luogo un tanfo, un fortore, che sentiva della lunga giornata di sole e movimento e frastuono, di sudore e di asfalto consunto, di folla senza pace», scrive Pavese ne “Il diavolo sulle colline” (e per cui vinse il premio Strega, che allora era una cosa seria). E poi: «Pensavo a quell’idea di Pieretto che la campagna arroventata sotto il sole d’agosto fa pensare alla «O morte. Non era sbagliato». È il suo ultimo libro, quello dell’innocenza persa per sempre; è l’apice del successo dello scrittore piemontese, poi non gli resta che il suicidio. Compiuto in una rovente giornata d’agosto. La solarità, l’esplosione della natura, la libertà, la giovinezza, associate alle giornate lunghe (alle nostre latitudini) andavano bene per scrittori vitalisti come d’Annunzio o Hemingway. Molto meno per Eugenio Montale. Il suo «meriggiare pallido e assorto» fra muri roventi, terreni disseccati, alture riarse, luce abbacinante, di per sé sola gli conferirebbe il titolo onorifico di poeta antiestivo per eccellenza. L’estate non è solo una stagione, è uno stato d’animo. La sospensione immobile nel vuoto è analoga al sentimento dei depressi, e non a caso nel Salmo 91 della Bibbia si parla del «Demone di mezzogiorno», la stessa immagine che utilizza Andrew Solomon nel suo omonimo reportage-memoir sulla depressione. La luce può opprimere più del buio, l’afa più del gelo. È quello che intende Walter Benjamin quando di Kafka rileva il senso dell’accidia, dell’attesa di un evento tanto più indecifrabile quanto più la vista è abbagliata dal sole.

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Tornando ai nostri autori, tra gli antiestivi possiamo arruolare la Elsa Morante de “L’isola di Arturo”, dove a Procida il giovane protagonista (la cui madre è morta nel «darlo alla luce») nella pienezza dello sviluppo adolescenziale già intuisce la fine dell’incanto. Ancora di più ne “La storia”, la Roma estiva, assolata, cruda, rende evidente il male della guerra, non lo addolcisce. Il vuoto metafisico della premonizione lo troviamo tanto nei mezzogiorni infiniti delle piazze di De Chirico, con la loro luce mediterranea che anziché rassicurare inquieta, quanto ne “Il sorpasso” di Dino Risi, dove la luce è crudele fin dall’incipit, nella Roma disertata dal popolo vacanziero, e lo rimane fino alla fine, quando l’oscurità della tragedia a lungo presagita si avvera infine, proprio sotto un sole incalzante. Idem per “Estate violenta” di Valerio Zurlini, un apparente ossimoro, ma che ne rivela l’intento esistenziale: l’amore è una grazia che la forza dell’odio riesce a far imputridire, così come il caldo eccessivo si accanisce sulla dolcezza della carne. La sensazione di qualcosa che non sta accadendo, ma che accadrà di sicuro soprattutto quando meno ce lo aspettiamo, è la stessa che pervade “La voglia matta” di Luciano Salce, con Ugo Tognazzi e Catherine Spaak strepitosi nella loro danza impossibile, tra spiagge spopolate e strade in latitanza di traffico. Finché non viene il temporale a ricordare che sia tutto quello che si è vissuto sia quello che ancora ci attende, è solo di passaggio. L’estate, negli occhi dell’Arturo morantiano è un drago invulnerabile. La guardiamo, la sogniamo, ne godiamo. Rinasce nella sua «fanciullezza meravigliosa» e continuerà a rinnovare la sua festa nonostante noi, anche quando noi non ci saremo più.

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