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Pavese e la nostalgia delle radici: il mito come ritorno a casa

Una delle figure più incisive del Novecento italiano che con il suo pensiero ha segnato i decenni successivi: lo dimostra l’ultima fatica di Davide Fent
di Silvia Stucchimercoledì 1 luglio 2026
Pavese e la nostalgia delle radici: il mito come ritorno a casa

3' di lettura

Che Cesare Pavese sia una delle figure più incisive del Novecento italiano, e che, nonostante ci abbia lasciati nel 1950, il suo pensiero abbia segnato i decenni successivi, è cosa nota: lo dimostra l’ultima fatica di Davide Fent, Il viaggio letterario di Cesare Pavese tra mito, psicanalisi e introspezione (Transeuropa, collana Studi e ricerche, 200 pp., 18 euro). Fent, giornalista e saggista, indaga il ruolo del mito come nodo centrale della riflessione letteraria, poetica e narrativa, di Cesare Pavese. Fin dagli anni Quaranta, ossia da quanto l’incontro con la lettura tedesca e la lettura di Jung orientarono Pavese verso una concezione simbolica del mito, in dialogo con gli studi e le intuizioni che, fra le due guerre, rinnovarono il pensiero simbolico e artistico europeo. Venne osservato da Michel David (La psicoanalisi e la cultura italiana, Bollati Boringhieri, 1990) che negli scritti di Pavese si assiste a una paradossale divisione, una sorta di scissione: da una parte si trovano romanzi, poesie, saggi, quasi completamente privi di considerazioni psicologiche; dall’altra, c’è il diario, nelle cui pagine è frequente un lessico psicologico «che va a compensare l’assenza sistematica di piscologismo nell’opera narrativa». Ma, se mancano gli psicologismi, abbonda il mito: la concezione di una “poetica del mito” in Pavese è contraddistinta da un carattere dinamico e poco univoco.

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La dimensione del “mito” è presente fin dalle prime esperienze letterarie di Pavese, negli anni Trenta, e si configura, inizialmente, come ricerca di un motivo originario, che si inserisce, a sua volta, in una riflessione estetica sull’immagine e il simbolo. Solo in seguito, verso il 1943, questa componente mitica diventa oggetto di una analisi ermeneutica e di una elaborazione concettuale più consistente. Come sottolinea Fent, sebbene Pavese non sia apertamente seguace di Jung, egli insiste comunque sulla formulazione di idee che suggeriscono richiami alle teorie junghiane sul simbolo. Le riflessioni di Pavese si nutrono di suggestioni e intuizioni, seguendo la logica di trovare conferma alla poetica che sta elaborando.

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I principali nuclei tematici della poetica pa vesiana si ricollegano al tema del ritorno: se c’è figura tipica di questo autore è quella dell’orfano, del “bastardo”, dell’espatriato che ha perso le sue radici, magari facendo anche fortuna, ma che prima o poi, inevitabilmente, sente il bisogno di tentare di riallacciare i fili recisi col suo passato e la sua terra. La perdita delle radici è quindi il grande dramma dell’esperienza, il “mito” archetipale testimoniato da Pavese: una condizione di solitudine che tocca la nostra intimità più profonda, una bruciante questione così affidata alle pagine de Il mestiere di vivere: «Tutto il problema della vita è in questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri».

La ricerca della sicurezza della terra natale, con le sue storie, i suoi miti e ritualità dovrebbe attutire questo vuoto e sciogliere le tensioni dell’animo: ma è mera illusione, perché nemmeno il tentativo di ritornare, alla dimensione del mito riesce ad alleviare il senso di vuoto. Affetti e legami con il passato, un passato che diventa mitico solo nella testa dell’espatriato, di chi si è fatto “straniero”, rifiutano di conciliarsi col ricordo che se ne ha. E in tale impossibilità si rivela il lato più drammatico della solitudine e dell’inappartenenza come condizione sociale irrevocabile, e che lascia irrisolte questioni tanto drammatiche quanto attuali.