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Ciabatti-Mari, così vicini ma così lontani: il paradosso-Strega

I due finalisti si incontrano a Milano per la prima volta dopo la lite nel van per la Murgia. E - seduti l'uno di fianco all'altro - la tensione è pelpabile...
di Paolo Bianchivenerdì 26 giugno 2026
Ciabatti-Mari, così vicini ma così lontani: il paradosso-Strega

3' di lettura

Speriamo solo che questo psicopulmino arrivi al capolinea, ché non ne possiamo più dei loro battibecchi. Il circo Strega è passato ieri da Milano, dal Piccolo teatro, piccolo come l’oggetto del contendere. Un dramma da portinai sfaldatosi nel chiacchiericcio, un Rio delle Amazzoni pestato nel mortaio e nel mortorio di questo baraccone vetusto voluto dagli editori più potenti per spingere la hit dell’estate. Quest’anno il propellente lo ha dato la discussione su una persona defunta, la povera Michela Murgia ridotta suo malgrado a pedana di lancio di personalità velleitarie, a pretesto (così come lo sono i loro libri, scritti non per dire, ma per apparire) e ad appiglio per qualche scalatore sociale, che passa una settimana a scrivere e il resto dell’anno a cercare di vendere il libro, cioè se stesso, perché solo di questo parla il libro. Ieri sera non si sapeva più che cosa volere: che si scannassero o che la finissero una buona volta.

È andata che Mari e Ciabatti prima dell’inizio della serata stavano alla larga l’uno dall’altra, agli estremi, con tutti gli altri contendenti in mezzo, Mari con due angeli custodi al fianco, molto contratto, se vogliamo credere al body language, braccia prevalentemente conserte. Forse sta ancora pensando a chi ha parlato nel camioncino. Ha proprio la mutria di uno che vorrebbe essere agli antipodi, ma in fondo gli mancano pochi giorni di rocciosa pazienza e poi, in un modo o nell’altro, sarà tutto finito, e il prossimo anno non ci ricorderemo più niente. Dopo, si sono seduti uno accanto all’altra, ma tra loro c’era gelo cosmico, Mari sembra una lapide funeraria etrusca. Dopo le marchette agli sponsor e i saluti autoincensatori, si passa al vivo della manifestazione.

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Facce toste e sorrisi stirati, si fa finta di niente. Si annega in una noia liquorosa. Gli aneddoti che ci raccontano li tralasciamo perché neanche nei salotti delle zie più tartufesche ne abbiamo sentiti di eguali. Poi fanno delle letture, poi dei discorsi, poi parlano i corridori del cinodromo (cit. Andrea De Carlo). Le ciabattate all’ombroso e poco diplomatico Mari, che se non altro ha il merito di non essere fuori contesto, essendo uno scrittore, hanno fatto nei giorni scorsi un tale rumore che non si sentiva più la voce degli altri finalisti della cinquina, diventata nel frattempo sestina per schiacciarci dentro, come nel pulmino vagante, uno in più, per fare contento qualcuno e ingrossare le fila degli sparring partner.

Abbiamo ascoltato volentieri soprattutto Bianca Pitzorno, anche lei degna dell’alloro di scrittrice conquistato se non altro per longevità. E poi ha resistenza, è abituata alle cricche, le ha dato un premio perfino l’Unione degli scrittori cubani, il citofono di un regime asfissiante, più vaccinata di così. Degli altri, che dire? Li hanno trasformati in piazzisti ambulanti, da mesi girano le piazze e i mercati, avanti e indietro sul furgone come i pacchi della Dhl, che cosa volete che ci dicano che non abbiano già ripetuto decine di volte? Sono in loop. La gente è stordita, a parte il caldo da giungla malese. Molti, gliel’abbiamo chiesto, non sanno neanche perché siano lì. Diversi ce li hanno portati al guinzaglio le consorti perché, si sa, i lettori maschi non esistono più. Parte il mantra delle autocelebrazioni e loro, di soppiatto, s’addormentano.

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