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Se la libertà religiosa non è uguale per tutti

Una recente decisione della Corte europea di Strasburgo ha stabilito che l’esclusione della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova dai benefici riconosciuti alla Chiesa cattolica e alle tredici confessioni che hanno stipulato un’intesa con lo Stato italiano configura una forma di discriminazione
di Steno Sarigiovedì 2 luglio 2026
Se la libertà religiosa non è uguale per tutti

2' di lettura

Una recente decisione della Corte europea di Strasburgo ha stabilito che l’esclusione della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova dai benefici riconosciuti alla Chiesa cattolica e alle tredici confessioni che hanno stipulato un’intesa con lo Stato italiano configura una forma di discriminazione. Questo va oltre il perimetro di una singola controversia. Significa riportare all’attenzione una domanda semplice e decisiva: la libertà religiosa è davvero uguale per tutti, oppure continua a essere modulata da una gerarchia implicita tra le confessioni? Il punto non è l’estensione dei privilegi, ma la coerenza di un sistema che, nel tempo, ha stratificato differenze difficili da giustificare alla luce dei principi costituzionali. La nostra Carta, nata per reagire alle logiche di esclusione del Novecento, è esplicita: l’articolo 3 impone l’eguaglianza senza distinzioni, l’articolo 8 riconosce a tutte le confessioni religiose pari libertà davanti alla legge. Ma il tempo non ha ancora colmato l’evidente scarto tra enunciazione e applicazione.

In questo scarto si inserisce la vicenda dei Testimoni di Geova: circa 250 mila fedeli in Italia, oltre un milione e mezzo in Europa e circa nove milioni nel mondo. Non una presenza marginale, ma una realtà stabile, radicata da oltre un secolo nel tessuto sociale. La loro storia ha conosciuto anche fasi difficili, segnate da discriminazioni e persecuzioni, ad esempio nel ventennio fascista. Ma è una storia che ha contribuito nel tempo – anche attraverso il contenzioso giuridico – all’ampliamento concreto degli spazi di libertà per tutti. È qui che la questione si sposta dal piano amministrativo a quello dei principi. Non si tratta di aggiungere un soggetto a un elenco, ma di correggere una asimmetria normativa che rischia di trasformare un sistema di libertà in un sistema di accessi differenziati. Quando il riconoscimento dei diritti varia in base alla storia istituzionale di una confessione, alla forza numerica o economica, alla popolarità, alla simpatia, la laicità smette di essere neutralità e diventa graduatoria, come sottolinea Marco Ventura sul Corriere della Sera di domenica scorsa nell’articolo dal titolo: “Geova non vale meno di Buddha”.

La decisione della Corte europea non introduce quindi un privilegio, ma chiede semplicemente una verifica di coerenza che si misura dalla capacità di garantire pari dignità a tutti i cittadini. Il rischio, altrimenti, è quello di una laicità a geometria variabile: solenne nei principi, selettiva negli effetti. Ed è proprio questa distanza tra diritto proclamato e diritto applicato che la sentenza rende oggi impossibile ignorare. Perché la vera domanda, alla fine, non riguarda una confessione religiosa, ma la credibilità del sistema delle intese: lo Stato riconosce diritti in quanto tali, oppure li distribuisce ancora secondo categorie di appartenenza? Qui la sentenza di Strasburgo lascia il suo segno più profondo: non apre una stagione di contrapposizioni, ma chiude una stagione di eccezioni. E ricorda, con una semplicità quasi disarmante, che l’uguaglianza non va considerata come un premio da concedere: è un vincolo da rispettare, sempre.