Prima della “Perfida Albione” c’era un’Inghilterra che guardava a Benito Mussolini con interesse e aperta ammirazione trasversale. L’Italia è già in camicia nera quando sulle strade britanniche iniziano a sfilare le Blackshirts, e quando la marcia su Roma è già storia si sogna una marcia su Londra. Il fascismo ebbe una capacità attrattiva anche nell’isola della Magna Charta, divenne emulazione e poi ripudio, con un itinerario ricostruito da Fabrizio Vincenti nel saggio La marcia su Londra. La storia della British Union di Sir Oswald Mosley e i suoi rapporti con l’Italia (Ed. Eclettica, pp. 366, euro 20.90). Nei sette anni che vanno dal 1932 al 1939 si accende la fiamma di una via inglese al fascismo, visto come assoluta novità politica sullo scenario europeo e movimento rigenerante della società. Mosley, rampollo di una nobile famiglia, incarnò quell’ansia di rinnovamento con un processo imitativo che avrebbe dovuto portare a ricalcare quanto accaduto in Italia, dove lo stato liberale non aveva retto all’impatto della crisi economica e morale del dopoguerra. Il giovane regno dei Savoia aveva vinto lo scontro con gli imperi centrali, era divenuto una potenza, ma le sue fragilità erano state accentuate da profonde instabilità. In quelle crepe si era incuneato un giornalista di Predappio, ex socialista poi interventista e quindi fondatore dei fasci di combattimento sottovalutati da tutti fino a quando il suo capo aveva dato la spallata decisiva nel 1922, andando al potere. All’estero appariva come l’abile taumaturgo che aveva iniettato nelle vene della nazione l’orgoglio dell’appartenenza e in quelle della società un modello diverso e vincente, tanto da superare l’originario dogma di un fascismo “non esportabile”.
Anche Mosley aveva avuto un percorso politico tutt’altro che lineare: prima conservatore, poi indipendente, e quindi laburista, con la propensione a cercare un modello originale alternativo che individuò proprio nel fascismo, ricreato in salsa inglese, senza peraltro essere l’unico a guardare all’Italia. Vincenti ricostruisce con precisione e un robusto supporto documentale d’archivio una pagina imbarazzante per Londra ma significativa per comprendere da quella prospettiva il convulso decennio culminato con lo scoppio del secondo conflitto mondiale. Roma vede con sospetto il fenomeno che sta germinando in un Paese che è ancora un riferimento importante nel gioco degli equilibri europei, e Mussolini guarda con iniziale poco trasporto a Sir Mosley che smania invece per conoscerlo di persona, infine riuscendoci. Poi però gli concede credito politico che diviene anche economico. Flussi di danaro partono verso l’Isola per foraggiare la British Union: un rovesciamento di prospettiva unisce il paradosso di un’Inghilterra generosa sostenitrice del Risorgimento e adesso di un’Italia che intravede un fertile terreno di innesto ideologico, da coltivare in attesa dei frutti che potrebbe produrre. Al di là del rutilante battage propagandistico, l’autore fissa le cifre di un innamoramento effimero, con il picco di diecimila iscritti a Londra e 350 sedi in tutta la Gran Bretagna, prima del reflusso. La fascistizzazione non va oltre i raduni, i comizi, la propaganda, le sfilate, gli scontri di piazza il più delle volte scatenati dagli oppositori. Le camicie nere di Mosley, che ripudiano ogni copricapo così come il fascismo italiano disprezza l’ombrello, non saranno mai movimento di massa nonostante l’impegno del fondatore che guarda al corporativismo come un faro di riferimento, arrestandosi alla superficie. Sono gli scenari internazionali, oltre all’innato spirito britannico, a impedire la ramificazione.
Nel 1933 in Germania si impone l’ex artista austriaco fallito Adolf Hitler, a sua volta imitatore del fascismo e del suo capo ma con un modello estremizzato in ogni eccesso. Il nazismo è anticomunista ma anche antisemita, sentimento estraneo al primo Mussolini ma non a una parte della società inglese che trova la sua espressione politica nella rivale Imperial Fascist League, e la muscolarità in camicia bruna esercita la sua perversa fascinazione più delle camicie nere. La guerra contro l’Etiopia, pur non mancando di una larvata simpatia per la riprova sul campo del militarismo italiano che risolve il confronto in sette mesi invece che nei due anni previsti dagli esperti e dalle cancellerie europee, rinsalda su più larga scala il senso di identità britannica: quella dell’impero che non ammette una sfida al suo prestigio, quella del «My country, right or wrong». È l’inizio di uno sfarinamento incalzante e inarrestabile, fino all’epilogo già scritto. Mosley, che ha provato a fare la storia, non può opporvisi: non ne ha né la forza né la statura, e neppure il supporto di una base solida. È svanito anche il periodo di infatuazione esplicita di Winston Churchill per Mussolini, divenuto nemico da combattere e sconfiggere. E così Mosley è definitivamente accantonato, marginalizzato e arrestato, retaggio di un passato scomodo e di cui vergognarsi che il libro di Vincenti, prefato da Claudio Siniscalchi, ricostruisce nei particolari, con aspetti inediti che emergono da fonti inglesi poco frequentate da ricercatori e studiosi.




