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Quando la “povera” Italia era una musa ispiratrice

Non si può che rimanere genuinamente ammirati di fronte alla prodigiosa efficienza dell’intellettuale metropolitano in gita domenicale
di Carlos Solitovenerdì 4 settembre 2026
Quando la “povera” Italia era una musa ispiratrice

4' di lettura

Non si può che rimanere genuinamente ammirati di fronte alla prodigiosa efficienza dell’intellettuale metropolitano in gita domenicale. Laddove uno storico, un sociologo o un’antropologa sprecherebbero un quarto di secolo a studiare le complesse stratificazioni di una comunità, al nostro impavido turista ideologico bastano sette minuti, un espresso al banco e un’occhiata di disinteressato disgusto all’avventore locale per stilare un’enciclica definitiva sullo stato di barbarie delle aree interne e dei paesi.Trattasi di una facoltà quasi soprannaturale dove ci si concede un’incursione nell’oscurità dell’Italia profonda – possibilmente tra la sagra della porchetta e un cammino ad altitudine moderata – per poi far ritorno nel proprio salotto con la diagnosi già stampata: il male metafisico risiede nei paesi o borghi che dir si voglia. Si osserva il bar della piazza con lo stesso atteggiamento clinico con cui un microbiologo esaminerebbe una colonia di bacilli su un vetrino, scambiando con sconcertante facilità i disastri provocati da decenni di abbandono statale per una malformazione genetica degli indigeni. Ma qual è la vera molla che spinge a tanta foga? Perché speculare sulla fragilità dei luoghi dimenticati?

IL CASO RAIMO
Nel caso di Cristian Raimo, il pretesto è tattico: smontare la retorica patinata del “borgo felice” usata per giustificare le scelte della Rai, rea di aver sfrattato Rai Scuola dal canale 57 per far posto a Rai Italiana. Nel farlo, però, Raimo opera una radicale riduzione simbolica: legge lo spopolamento e lo smantellamento dei servizi essenziali come il terreno in cui dell’antico umanesimo contadino non sarebbe rimasta che «la brutalità dell’odio per il diverso», unita ad alcolismo, maschilismo e localismo xenofobo. Per Stefano Bonaccini, la molla è squisitamente elettorale: di fronte a un consenso che gli sfugge nelle periferie e nei territori marginali, la reazione non è l’autocritica, ma la delegittimazione. Affermare in un video che il voto di destra sia la prerogativa «di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie e di chi, come ha detto lei, sta peggio economicamente» significa ricorrere alla scorciatoia più comoda: bollare l’elettore lontano dai grandi centri come culturalmente subalterno. Due approcci speculari: da un lato si riducono i paesi e le aree interne a macchietta reazionaria, dall’altro a riserva di analfabetismo civico.

Se l’arte e la cultura del Bel Paese si fossero mai accontentate di questa superficialità, oggi saremmo intellettualmente mendicanti. Viene da chiedersi cosa avrebbe dovuto fare Ernesto De Martino quando, negli anni Cinquanta, s’addentrava nel Sud tra maciare ed esorcismi del tarantismo. Se avesse ceduto allo sdegno del villeggiante invece di chinarsi con rispetto sulla drammaticità dell’esistenza umana, non ci avrebbe mai regalato pietre miliari come Sud e Magia. Per nostra fortuna non è andata così. Altrimenti non avremmo mai avuto Pier Paolo Pasolini a scovare una sacralità arcaica tra i Sassi di Matera per il suo Vangelo secondo Matteo, né lo avremmo visto immergersi nelle borgate romane, tra il fango delle baracche e quella disperata vitalità che per lui non era degrado da igienizzare, ma la sostanza autentica dei luoghi. Ci saremmo persi la lezione di Carlo Levi, che in Cristo si è fermato ad Eboli restituì dignità storica a un mondo contadino dimenticato; ci mancherebbero le liriche di Scotellaro, Sinisgalli e Pierro, o l’Abruzzo di Silone. E salendo al Nord, cosa saremmo senza il racconto dell’Altopiano di Rigoni Stern o le voci cuneesi raccolte da Nuto Revelli? Che dire, poi, delle esplorazioni padane condotte da Gianni Celati con Luigi Ghirri negli anni ’80 e ’90, o della grande fotografia che ha saputo immortalare quel mondo con Franco Fontana, Ferdinando Scianna, Fulvio Roiter e Franco La Capra?

LA PAESOLOGIA
Capire un territorio richiede ascolto e pazienza. Chi scrive compie questo esercizio quotidiano per professione, imbracciando la reflex e consumando taccuini: se la mia unica missione fosse stilare un inventario del degrado, avrei già venduto l’attrezzatura su eBay e mi sarei ritirato a fare il boscaiolo. Questo dibattito ha finito per investire chi di quella realtà è diventato la voce e l’icona per antonomasia, ovvero Franco Arminio. In questi paesi risiede ostinatamente da sessantasei anni e ne tiene il registro senza anestesie, ricordandoci che persino le probabilità di sopravvivere a un arresto cardiaco dipendono dal codice di avviamento postale. La sua “paesologia” è resistenza civile: Arminio ha dimostrato che persino la desolazione argillosa di Aliano può trasformarsi da luogo di confino a luogo di ritrovo grazie al festival La Luna e i Calanchi. Il suo intervento nasce dal rifiuto viscerale di veder svalutato il microcosmo dei paesi da chi spunta dall’alto per distribuire pagelline morali con la matita blu. Ai nostri paesi non servono le ramanzine di chi li usa come paravento polemico, né le passerelle di chi si presenta dai capoluoghi ogni cinque anni a caccia di preferenze. Quello di cui questi luoghi hanno realmente bisogno è uno sguardo capace di riconoscerne la bellezza tragica e segreta. Non la bellezza rassicurante dei dépliant per turisti, ma la scralità che risiede nella loro solitudine, nella resistenza delle pietre, nella dignità di una civiltà contadina e montana che ha saputo produrre una visione del mondo autentica e profonda. La decadenza dei borghi abbandonati non è un’assenza di civiltà, ma una forma altissima di memoria scolpita nel tempo. C’è una maestosità silenziosa nelle fontane a secco, nei muretti sbrecciati, nei vicoli dove il tempo sembra essersi fermato: è la traccia viva di un’umanità che possedeva il senso del sacro e del limite. Capire i paesi significa ritrovare questa bellezza essenziale, proteggerla dalle speculazioni e garantire a chi vi resta i diritti fondamentali: la scuola, la sanità e la dignità. Tutto il resto è solo rumore di fondo per passanti frettolosi, gente che andrebbe nel panico se non trovasse un Wi-Fi funzionante entro trecento metri o se il bar di montagna non servisse il latte d’avena per il cappuccino delle otto di mattina.