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Vienna epura il concerto di Capodanno: è nazi

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Caterina Spinelli
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«Taratà, taratà, taratà ta tà!». Chi di noi non ha mai canticchiato la Marcia di Radetzky scritta da Johan Strauss senior nel 1848: agli italiani la musica piace a prescindere e poco ci importa se il brano fu composto in onore del Feldmaresciallo Johann Joseph Wenzel, conte Radetzky (1766-1858), colui che represse i moti di Milano del 1848 e vinse la Prima guerra d' indipendenza, riportando sotto il tallone asburgico l' intero Lombardo-Veneto. Il Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna si avvicina per aprire festosamente il 2020, ma il politicamente corretto doveva regalarci fin da subito una chicca intervenendo con le sue pedantesche censure anche su un evento così tradizionalmente elegante, colto e soprattutto innocuo. Sapevate infatti che quel ritmico applauso finale sulla Radetzky Marsch, che univa adulti e bambini in un connubio coi professori d' orchestra, scaturisse dalla zampata propagandistica del Terzo Reich? Eh già, perché l' arrangiamento musicale eseguito fino ad oggi è di Leopold Weninger, (1879-1940) un compositore che era iscritto allo NSDAP, il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori. Ebbene, il nuovo direttore dei Philarmoniker di Vienna, il lettone Andris Nelsons, si è rifiutato di dirigere questa versione e ha commissionato all' archivio dell' orchestra la stesura di un nuovo arrangiamento che il primo violino Daniel Froschauer descrive come «finalmente libero dalle ombre brune del passato». UN'IDEA DI FÜHRER Potrebbe essere tuttavia imbarazzante ricordare loro che fu Hitler stesso a volere l' istituzione del Concerto di Capodanno, inaugurandolo il 10 ottobre del 1939. Lo storico Fritz Trümpi ha dimostrato che il concerto faceva parte della macchina di propaganda di Joseph Goebbels e cita un contratto tra la Filarmonica di Vienna e il Reichsrundfunkgesellschaft, la radio del regime. A proposito di ombre brune. Tornando al brano incriminato, su Youtube si possono ascoltare la versione originale di Strauss ("Urfassung") e quella di Weninger. Confrontandole, si nota come sarà difficile rimpiazzare nel cuore del pubblico la festosa e coinvolgente seconda versione, che sa di birra, di valzer, di biscotti al burro, di bambini biondi e felici, lontana anni luce dalla severa marzialità della musica con cui sfilavano al passo dell' oca i soldati delle SS. Il paradosso è che la versione Weninger è persino più sensibile, profonda e "inclusiva" dell' originale, come spiega il compositore e direttore d' orchestra Massimo Scapin: «A quel tempo la ridotta orchestra mozartiana si era trasformata in quella tardo-romantica, molto più ricca. Weninger inserì così tutti i "nuovi" strumenti, impiegando gli ottoni - in particolare i corni - a rinforzo dell' armonia in modo sapiente e non superficiale. L' impiego del tamburo rullante con la cordiera rende più briosa e allegra la partitura rispetto all' originale. Si tratta di un lavoro intelligente e raffinato, per questo l' orchestrazione di Weninger, da sempre, è stata suonata volentieri da un' orchestra di altissimo livello come quella dei Wiener». PUBBLICITA' L' operazione-epurazione, che certamente è servita a dare pubblicità al nuovo direttore, rischia così di tramutarsi in un boomerang. Da oggi in poi tutti sapranno che quella marcia irresistibile che chiudeva in bellezza il concerto di Vienna - peraltro voluto da Hitler - era parzialmente opera di un compositore nazista fino ad oggi del tutto dimenticato. A questo punto, ci dobbiamo aspettare anche che la buvette del Musikverein smetta di somministrare l' aranciata Fanta, dato che il marchio nacque in Germania nel 1940, nel periodo di massimo splendore del Terzo Reich, in risposta all' embargo Usa sulla Coca-Cola. L' industriale tedesco Max Keith inventò questa bevanda, traendone il nome da "Phantasie", utilizzando il siero del latte e gli scarti della lavorazione del sidro. CAMERATA PUCCINI Insomma, la censura ideologica sull' arte è sempre molto rischiosa: si sa dove si comincia, ma non dove si finisce. Ad esempio, cosa succederebbe se in Italia venisse fuori che, alla Scala di Milano, la senatrice Liliana Segre ha applaudito entusiasticamente, insieme a Mattarella, la Tosca di Puccini, compositore che nei primi anni '20 scriveva così: «Se non c' è un governo forte, con a capo un uomo dal pugno di ferro, come Bismark una volta in Germania, come Mussolini, adesso in Italia, c' è sempre pericolo che il popolo, il quale non sa intendere la libertà se non sotto forma di licenza, rompa la disciplina e travolga tutto. Ecco perché sono fascista: perché spero che il fascismo realizzi in Italia, per il bene del Paese, il modello statale germanico dell' anteguerra». Vogliamo mettere al bando anche Puccini? di Andrea Cionci

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