La sentenza di un giudice Usa non cancella i dazi di Trump

Si fa presto a dire che i dazi di Donald Trump sono stati affossati dalla decisione di una corte federale: da una parte perché la battaglia legale è solo all’inizio, dall’altra perché bisogna spulciare un affare complesso
di Dario Mazzocchidomenica 31 agosto 2025
La sentenza di un giudice Usa non cancella i dazi di Trump

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Si fa presto a dire che i dazi di Donald Trump sono stati affossati dalla decisione di una corte federale: da una parte perché la battaglia legale è solo all’inizio, dall’altra perché bisogna spulciare un affare complesso. I fatti: venerdì la Corte d’appello del Circuito federale ha annullato, con sette voti a favore e quattro contrari, i cosiddetti dazi reciproci introdotti dall’amministrazione repubblicana. Il tribunale che ha emesso la sentenza di primo grado è una delle tredici corti federali statunitensi con giurisdizione d’appello su alcuni temi, tra cui il commercio internazionale. Per i giudici, Trump è andato oltre l’autorità assegnatagli dall’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) del 1977 che conferisce poteri speciali al presidente di fronte ad emergenze nazionali per minacce esterne, dal terrorismo alle attività ostili di governi stranieri. Un caso storico del suo utilizzo include le sanzioni contro il regime degli ayatollah iraniani in vigore dal 1979. È la norma a cui Trump ha fatto riferimento per l’introduzione dei dazi reciproci, annunciati in aprile: il concetto di fondo è che gli Stati Uniti applicano lo stesso livello di tariffe doganali che un partner commerciale applica alle merci americane, partendo da una base del 10% per tutte le nazioni per poi ampliarla o meno.

Sono al centro delle trattative che hanno coinvolto o stanno coinvolgendo l’Unione europea, la Cina, il Canada e il Messico per citare alcuni dei partner chiave di Washington. Il nodo della questione è che tanto per la Corte d’appello quanto per la Court of International Trade, intervenuta a maggio, l’Ieepa si applica per sanzioni e congelamento dei beni, non per imporre dazi, mentre per la Casa Bianca sono vere e proprie emergenze nazionali la svalutazione commerciale dei beni americani e il traffico di droga agevolato dal lassismo di alcuni stati. Occorre ricordare che le misure doganali trumpiane poggiano anche sul contrasto alla diffusione del fentanyl, favorito per il presidente dalla scarsa collaborazione di Cina e Canada, aree di produzione e di passaggio della droga che invade le metropoli statunitensi. Per il centro di ricerca Tax Foundation, i dazi reciproci costituiranno il 70% delle entrate doganali nel 2026: la sentenza di venerdì non poteva che creare clamore. Eppure bisogna attendere il verdetto finale che spetterà alla Corte Suprema per capire se il clamore si trasformerà in dato di fatto. Ciò che vale al presente è che «tutti i dazi sono ancora in vigore», come ha comunicato Trump sul social Truth: non è una fake news, la Corte d’appello federale ha infatti consentito che rimangano attivi fino a metà ottobre perché la Corte suprema abbia tempo per esprimersi.

«Una corte d’appello partigiana ha detto, sbagliando, che i nostri dazi dovrebbero essere rimossi, ma sanno – ha proseguito Trump – che gli Stati Uniti d’America alla fine vinceranno». E se pure la Corte suprema avvallasse il pronunciamento, non tutti i dazi verrebbero annullati dalla querelle legale: le gabelle per automobili, acciaio e alluminio sono state introdotte in base ad una norma distinta. Non si esclude inoltre che vengano aumentate nei prossimi mesi, soprattutto se sarà necessario coprire il vuoto lasciato dai dazi reciproci cassati. Prudenza dunque a dire che le tariffe di Trump sono ai titoli di coda: potrebbero essere dazi ancora più amari.