Trump fa Trump dal 2016, sono trascorsi 10 anni dall’esordio con il cappellino rosso, lui è entrato -uscito -rientrato dalla Casa Bianca e le presunte classi colte non hanno ancora capito chi è Donald. Nel primo mandato lo hanno messo in mezzo i vecchi marpioni di Washington (e lui ci è cascato per narcisismo e inesperienza), ma con uno storico ritorno ha rimesso le cose a posto e ora dà le carte, fa Trump al cubo, è Maga e kissingeriano, un po’ jacksoniano e rooseveltiano, un imprevedibile negoziatore, sbraca e poi trova il colpo che tira giù tutti i birilli, strike, Trump. Nel fare, disfa, e nello strafare qualche volta sbaglia per eccesso, perde una mano facile al tavolo del poker ma al giro finale la partita è sua.
Non piace ai parrucconi, pazienza, è efficace e in un mondo dove c’era un presidente (Joe Biden, ricordate?) che inseguiva “Easter Bunny” il coniglio della Pasqua, sul prato della Casa Bianca, è una svolta perfino rassicurante. Direte che con Vladimir Putin non gli è andata bene e con Xi Jinping ha un rapporto complicato, calma, «wait and see», aspetta e vedi, con Trump è il consiglio minimo. A proposito di Russia e Cina, nei Caraibi The Donald ha fatto il botto e lanciato un avviso alla coppia di Mosca e Pechino, ha dato uno sguardo al Venezuela, ha fatto due conti e s’è bevuto il Maduro: prima ha ordinato al segretario della guerra, Pete Hegseth, di fare un po’ di cinema con i motoscafi dei narcotrafficanti, poi ha spostato un paio di navi e tutti i sapientoni pensavano fosse una spacconata, finché sotto gli occhi dei multilateralisti-venusiani la Delta Force ha prelevato Maduro con la moglie dalla sua camera da letto a Caracas, in pigiama, lo ha messo su un elicottero e poi a cuccia (in manette) sulla portaelicotteri USS Ivo Jima. Sono momenti epici in cui un cronista finisce per ricordare elementi comici, tipo un titolo del Fatto quotidiano su un pezzo affidato all’espertone, Pino Arlacchi, il quale il 19 novembre scorso ha vergato un articolo ammobiliato in pagina così: “Maduro è solido e amato”. Solidissimo, cribbio.
La tragicomica versione del racconto è nel sentire la sinistra italiana invocare il diritto internazionale per tutelare un dittatore come Nicolas Maduro, un criminale che ha truccato le elezioni, arrestato e costretto all’esilio gli oppositori, provocato la fuga di milioni di venezuelani dalla loro patria. Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni si confermano sempre dalla parte sbagliata della storia. I cattivi non cadono come mele che maturano di fronte allo sguardo di Isaac Newton, di solito finiscono la loro vita in questo modo: o sono deposti da una rivoluzione o vanno in pensione per un intervento dell’esercito del bene che, cari smemorati e ignoranti della storia, si chiama quasi sempre America. Se chiamate il Settimo Cavalleggeri e non arriva, allora cominciano i guai. Trump ha aggiornato la dottrina Monroe, l’ha ribattezzata con ironia (ma ci crede e non sbaglia) “Donroe” e in fondo anche questo è un modo per dire che le cose sono cambiate e vanno esattamente nella direzione che l’amministrazione ha messo nero su bianco nei suoi documenti, nel programma elettorale, nella strategia economica, nella nuova strategia sulla Sicurezza nazionale. Bastava leggere bene, cervelloni. Trump ha anche detto che saranno gli Stati Uniti a gestire la transizione in Venezuela, naturalmente questo ha creato scandalo tra gli incipriati in babbucce, ma anche in questo caso pare vi sia un buco nella memoria dei dotti: gli Stati Uniti hanno gestito la transizione europea dal disastro della Seconda guerra mondiale alla piena democrazia e quando si sono distratti (e dopo il crollo del Muro di Berlino è successo troppe volte) le cose sono andate malissimo. Soprattutto per noi, per l’Europa che non vuole accettare il cambio di spartito, è un’altra musica e un’altra orchestra. Non sono note buttate a caso, hanno un’idea di politica estera nuova e pur sempre nella tradizione, scolpita nella storia. Compagni, il Venezuela non sarà il 51° Stato americano, sarà un elemento importante del «giardino di casa», un tassello del mosaico di un Sudamerica con qualche dittatore in meno e molta più libertà politica ed economica di quanta ne abbia mai visto con Chavez e i suoi epigoni, e anche questo non mi pare un fatto nuovo, semplicemente la realtà che si realizza «after victory» (titolo di un importante libro di John Ikenberry), dopo la vittoria. Ha vinto, la caduta di un dittatore è una buona notizia, è un mestiere che fa l’America, rassegnatevi.




