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Il caso Epstein alza il velo sulla rete globalista tra affari, potere e vizi inconfessati

Tra affari, potere e vizi inconfessati, una vicenda scabrosa e illuminante
di Corrado Oconesabato 28 febbraio 2026
 Il caso Epstein alza il velo sulla rete globalista tra affari, potere e vizi inconfessati

3' di lettura

C’è molto da riflettere sulla reazione compiaciuta dei media mainstream alle dichiarazioni fatte da Hillary Clinton a margine del suo interrogatorio davanti alla commissione di sorveglianza del Congresso. Con una certa impudenza l’ex segretario di stato americano ha cercato di buttare la palla nel campo avversario chiedendo ai commissari di indagare su Donald Trump.

Una richiesta quasi surreale che glissa su quella che è la più acclarata evidenza che emerge dai documenti desecretati relativi al caso Epstein: è proprio il mondo della Clinton, il vasto arcipelago democratico e progressista che ha dato il tono alla cosiddetta “età della globalizzazione”, ad essere fortemente compromesso coi traffici, di denaro e di esseri umani, del finanziere pedofilo.

Nella reazione dei media, destinata a durare lo spazio di una mattina, ha agito molto il riemergere di quella che era stata la convinzione che li aveva mossi nel chiedere a gran voce la pubblicizzazione dei files: l’idea che da essi potessero emergere gravi reati compiuti dal presidente in carica, tali da poterlo mettere fuori gioco per la più classica delle vie extrapolitiche, cioè quella giudiziaria. Ora non solo questi reati non sono emersi, ma a venir fuori è stata una inimmaginabile rete di interessi e nefandezze che hanno fatto capo proprio a quelle élite mondiali globaliste che Trump, con la sua “rivoluzione conservatrice”, ha tentato e sta tentando, con un certo successo, di scalzare dal governo del mondo.

Gli Epstein files disegnano quasi la mappa di quel potere, una “cartografia” di quelle élite che era finanziaria e politica e lambiva persino il mondo della scienza e della cultura. Una élite che trovava ogni anno a Davos il luogo ove autocelebrarsi e celebrare le “magnifiche sorti e progressive” di un potere e un mondo sempre più liquidi, senza confini e senza identità. Nemmeno confini morali, come sta drammaticamente venendo fuori. Le dimissioni di Borge Brende, il direttore e Ceo del World Economic Forum, sono da questo punto di vista altamente simboliche. Così come significativi sono i pesanti coinvolgimenti di altri guru del globalismo come l’ex segretario al tesoro Larry Summers o la responsabile legale di Goldman Sachs Katy Ruemmler.

Istruttivo è poi il coinvolgimento di scienziati, come il premio Nobel per la medicina Richard Axel, o il rinomato linguista Noam Chomsky, noto per le sue posizioni “antagoniste”, quasi a conferma della laison fra affari e cultura di sinistra, fra liberismo finanziario e cultura liberal, che è stata la cifra più evidente dell’ideologia globalista.

Finora gli studi prosopografici (cioè sulla composizione delle classi dirigenti) avevano rivelato come quelle élite si erano formate nelle stesse università, avevano frequentato gli stessi circoli, avevano intessuto relazioni di amicizia transnazionale.

Ora emerge che, attorno alla figura di catalizzatore svolta da Epstein, esse avevano anche creato una più o meno inconsapevole rete di complicità e di malaffare. Quelle stesse élite, soprattutto i loro megafoni mediatici, hanno accarezzato l’idea di eliminare il loro più acerrimo nemico attraverso i files di Epstein. Non avevano però calcolato gli effetti inintenzionali delle azioni e proposizioni umane. Quei files non solo non hanno raggiunto lo scopo, ma si rivelano sempre più come il colpo di grazia dato al loro e a quella della loro ideologia amorale e nichilista.