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Iran, il piano Usa per lo sbarco: "Alcune settimane a terra"

di Carlo Nicolatolunedì 30 marzo 2026
Iran, il piano Usa per lo sbarco: "Alcune settimane a terra"

4' di lettura

Gli Stati Uniti si stanno preparando a un’operazione di terra in Iran di qualche settimana, e non sarà un’invasione su vasta scala. La Uss Tripoli, con a bordo 2.500 marine e altrettanti marinai è arrivata in Medio Oriente venerdì; 3.000 paracadutisti dell’élite 82ª Divisione Aviotrasportata sono stati inviati nella regione, mentre l’11ª Unità dei marine dovrebbe arrivare a metà aprile. Una decisione finale tuttavia non è ancora stata presa. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che «il compito del Pentagono è quello di prepararsi per dare al Comandante in Capo la massima libertà di scelta. Ciò non significa che il Presidente Trump abbia preso una decisione». Ciò dipende anche dall’esito dei tentativi diplomatici. Ieri a Islamabad si sono incontrati i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto e Arabia Saudita, oltre a quello pakistano, le cui discussioni si sono concentrate sulle proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz.

Tra queste una proveniente dall’Egitto che prevede un meccanismo simile a quello di Suez, con Turchia, Arabia Saudita e lo stesso Egitto pronti a formare un consorzio per gestire il passaggio del flussi di petrolio. La proposta è stata discussa separatamente anche con il vicepresidente americano Vance e probabilmente anche con Teheran, ma non si sa con quali riscontri. L’Iran piuttosto accusa gli Stati Uniti di star facendo un doppio gioco, da una parte spinge per il dialogo dall’altra prepara un attacco di terra. Lo ha detto il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf che nei giorni scorsi era stato indicato come il possibile principale interlocutore di Trump per trattare la fine della guerra e guidare una fase di transizione. I suoi toni tuttavia non sembrano molto concilianti. «Le forze iraniane stanno aspettando l’arrivo delle truppe americane sul territorio per dar loro fuoco», ha detto ieri. Le truppe americane diverranno «ottimo cibo per gli squali del Golfo», gli ha fatto eco il portavoce del comando militare Ebrahim Zolfaqari.

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L’obiettivo di Trump però è quello di riaprire lo Stretto di Hormuz con le buone o le cattive. Lo schieramento di truppe di alto livello ma numericamente limitato fa pensare a incursioni strategiche circoscritte, come quella che permetterebbe la conquista dell’isola di Kharg che gestisce il 90% delle esportazioni di petrolio greggio iraniano e che quindi priverebbe l’Iran della sua principale fonte di sostentamento economico costringendolo a miti consigli. L’Economist suggerisce che le forze speciali americane potrebbero anche essere utilizzate per un piano in tre fasi che prevede la distruzione e l’occupazione delle principali installazioni militari lungo la costa, lo sminamento dello stretto e l’impiego di navi della Marina statunitense per scortare le petroliere. D’altro canto c’è anche chi crede che l’arrivo dei marines sia un diversivo per permettere alle truppe aviotrasportate di intraprendere una complicata azione militare perla messa in sicurezza delle scorte di uranio altamente arricchito.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha comunque affermato ieri che il nemico sta dando segnali di cedimento. «L’Iran non è più lo stesso, Hezbollah non è più lo stesso e Hamas non è più lo stesso. Sono nemici sconfitti che lottano per la propria sopravvivenza», ha detto il premier, aggiungendo che «invece di essere sorpresi da loro, siamo noi a sorprendere loro. Siamo noi ad agire, ad attaccare, a prendere l’iniziativa e siamo profondamente penetrati nel loro territorio». Un’analisi delle immagini satellitari condotta dal Washington Post rivela gli enormi danni provocati dalle migliaia di attacchi condotti da Usa e Israele alle infrastrutture missilistiche iraniane. Le strutture di lancio in superficie sono distrutte, i missili immagazzinati nel sottosuolo sono ormai irraggiungibili e la capacità iraniana di costruzione di nuovi missili è seriamente compromessa.

Il regime starebbe anche mostrando crepe interne, scontri tra leader nella conduzione della guerra e sulla situazione del Paese. Secondo un rapporto del canale di opposizione Iran International, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian avrebbe avvertito che «senza un cessate il fuoco, l’economia iraniana potrebbe subire un collasso totale entro tre settimane o un mese» e ciò sarebbe provato dalla impossibilità per gli iraniani di accedere ai servizi bancari e dall’inflazione che già prima dello scoppio della guerra aveva raggiunto livelli a tre cifre, stimati tra il 105% e il 115%.

Pezeshkian ha anche chiesto che l’autorità operativa e gestionale torni al governo civile trovando però la ferma opposizione della guida delle Guardie Rivoluzionarie Ahmad Vahidi. I due si sono già scontrati quando il presidente si è scusato in un video per gli attacchi iraniani contro i paesi vicini del Golfo. Anche le salve di missili giornalieri contro Israele si stanno riducendo. Ieri ne sono stati lanciati 8, uno dei quali ha colpito un’area aperta di Beersheba a poche decine di metri dalle abitazioni, ferendo 11 persone. Sul fronte libanese Netanyahu ha dato ordine di ampliare ulteriormente la zona di sicurezza esistente «per sventare definitivamente la minaccia di invasione di Hezbollah».

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