C'è chi dà i numeri, mentre altri stanno facendo i conti, provvisori ma precisi, sullo sterminio sistematico subito dalla popolazione iraniana sin da quando il potere è passato agli ayatollah e ai pasdaran. Magari la Corte Penale Internazionale un giorno se ne occuperà. Finora, pur avendo ricevuto numerose segnalazioni, le ha nascoste tutte in un cassetto.
Per scrivere il libro nero della Repubblica islamica bisogna partire cronologicamente da lontano, dal 1979, dallo scoppio della Rivoluzione khomeinista. I fiumi di sangue che sgorgheranno da quell’evento sono ancora in piena. L’eccidio quarantennale che ne è seguito ha il suo culmine nelle stragi che si sono consumate tra il 28 dicembre 2025 e il 16 gennaio scorso. Si sta sbiadendo la memoria di quella violenza contro il popolo, nonostante le centinaia di video postati sui social fissino i momenti più crudi della tragedia, con i parenti alla ricerca dei loro cari fra le montagne di corpi ammassati nei locali dell’obitorio. Da quelle testimonianze comunque, l’opposizione iraniana all’estero, nell’anonimato per ragioni di sicurezza e per non mettere a rischio i propri connazionali in patria, ha ricostruito l’accaduto, ha raccolto elementi d’accusa e li mette a disposizione per la prima volta per avanzare alcune ipotesi di lavoro.
IL METODO D’INDAGINE
Viene in aiuto la tecnologia, se si ha il coraggio di procedere freddamente con il macabro computo. Una funzione di Google Maps consente a chiunque di misurare l’area degli edifici, come il Forensic Diagnostic and Laboratory Center di Teheran, a Kahrizak. Iniziamo da qui. La superficie del corpo di fabbrica principale (A), composto da cinque piani consta di 12.000 metri quadrati (considerando prudentemente che ne sia stato occupato soltanto un piano), a cui si affiancano un magazzino (B) di circa 1.000 mq e locali (C) con celle frigorifere di 390 mq disposti su due piani. In totale, sono 13.390 mq.
Considerando il modo in cui i pasdaran hanno trattato i corpi dei manifestanti, possiamo assumere che due cadaveri occupino circa un metro quadrato (in realtà chiusi nelle body-bag e trattati con cura occuperebbero 3,5 mq), una semplice moltiplicazione per tutta l’estensione del complesso mortuario, indica un risultato di (A) 24.000 + (B) 2.000 + (C) 1.560 = 27.560.
Tuttavia, non essendo sufficiente quello spazio per contenere al proprio interno tutte le persone uccise nella capitale nelle due settimane, sono stati utilizzati anche i marciapiedi e nelle pertinenze esterne: vi sono altri 16.000 mq scoperti (D). Se ne fossero stati sufficienti anche soltanto meno di un terzo, cioè 5.000, si dovrebbero aggiungere altri 10.000 corpi e il totale parziale risulterebbe A+B+C+D = 37.560. Se invece si ipotizza che ne sia stata utilizzata la metà, cioè 8.000 mq. si sale fino a 16.000 e il risultato sale a 43.560. E il conteggio, per difetto, comprende un solo giorno, ma le salme sono entrate e uscite da quel luogo per settimane senza sosta. Ed è impossibile allo stato attuale stabilire quante volte vada ripetuta quella cifra. Tre? sette?
A scanso di ogni verifica basata sul fact-checking, va detto che le disposizioni di legge garantirebbero in teoria la consegna del defunto ai familiari entro 72 ore per consentirne l’autopsia. In una situazione di emergenza come quella vissuta a Teheran (come anche nel resto del territorio nazionale), la norma è stata comprensibilmente disattesa, tanto che sono state necessarie alcune settimane per procedere all’identificazione dei cadaveri, in alcuni casi carbonizzati e resi irriconoscibili a un’esame autoptico generico. Così si è generato il via-vai continuo, diurno e notturno, di coloro che volevano ritrovare i propri amici e congiunti, forniti talvolta di un biglietto corrispondente a un braccialetto messo al polso della persona morta. Qualche fotografia scattata sul posto indica il 12460.
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Senza considerare che i “carichi” di corpi in quei terribili giorni arrivavano a ondate successive. E stranamente vi erano soltanto maschi. Le donne erano svanite nel nulla. Chi ne chiedeva notizie, si sentiva rispondere che lì non ce n’erano. In effetti, venivano tutte sottoposte a svuotamento dell’utero e isterectomia necroscopica per cancellare le tracce di eventuali stupri compiuti dalle forze di sicurezza islamiche. Ne abusano perché gli sciiti sono convinti che le vergini siano destinate al paradiso e vogliono impedire che le loro nemiche si salvino l’anima. Comunque è una procedura che ha richiesto tempo. Poi i becchini ne portavano le salme altrove e mancano quindi elementi oggettivi per stabilirne la quantità.
Un’incognita rilevante, seppur al momento non associabile a un qualsivoglia calcolo, perché fa sorgere altri due interrogativi inquietanti: 1) quante fosse comuni saranno state riempite con vittime svanite nel nulla e di cui non vi sono informazioni? 2) che cosa è accaduto nelle altre circa 100 città in cui sono scesi in piazza i manifestanti? In un episodio risalente all’8 e 9 gennaio 2026, a Rasht, nella provincia settentrionale di Gilan, e la provenienza della notizia è governativa, è stata chiusa la strada (il boulevard Imam Khomeini!) lungo la quale si teneva un mercato, intrappolando i cittadini, che sono stati arsi vivi o colpiti con armi da fuoco se tentavano di fuggire. Human Rights Activist News Agency (Hrana) ha documentato almeno 392 morti (la stragrande maggioranza l’8-9 gennaio), ma alcune fonti locali e testimonianze parlano di centinaia fino a oltre 1.000-3.000 solo in città. Le cronache che stanno emergendo dai racconti, ora che il collegamento a Internet è ripristinato, narrano di altri episodi simili di disumanità a Chalus, nella provincia di Mazandaran. Per non esagerare, si potrebbero indicare in via cautelativa altri 50.000 omicidi di regime in tutto il Paese, il che porterebbe a oltre 90.000 l’olocausto iraniano.
L’assenza di dati certi induce a tentare di scoprire di più. E a continuare la ricerca, mettendosi sulle tracce dei pazienti, ricoverati in ospedale per le ferite riportate durante le operazioni di repressione militare e infine assassinati con un colpo di pistola in testa mentre erano ancora attaccati alle flebo e ai presidi di monitoraggio, l’ecg, al tubo endotracheale, al catetere vescicale. A sangue freddo, appena subito l’intervento chirurgico, li rapivano per sopprimerli, testimoniano medici e infermieri presenti. Minacciati anche loro, torturati, violentati per aver prestato cure a un malato e in qualche caso uccisi. Per questo, subito dopo le sparatorie, medici e infermieri che lavorano all’estero hanno assistito i feriti a distanza.
Rivolgersi agli ospedali non era prudente, perché le forze di sicurezza andavano a caccia nei reparti. Così sono arrivate le istruzioni per creare un campo sterile, un campo chirurgico, quali disinfettanti utilizzare e come estrarre una pallottola senza rischiare infezioni e poi con quali farmaci proseguire le cure. Chi aveva bisogno di una radiografia, andava in un centro privato e poi mandava le lastre via whatsapp - magari in Canada o in Italia - per coordinare un intervento senza recidere vasi sanguigni, nervi e muscoli. Sono stati svegli giorno e notte, in quei giorni. E anche ora, le immagini dei corpi devastati e mutilati riaffiorano e non li fanno dormire. Chi lavora in sala operatoria conosce l’odore del sangue, il rumore delle urla. Per loro quello strazio è palpabile. Le immagini di quel dolore collettivo, i cervelli sparsi sui pavimenti e sul muro, gli sterni squarciati, non sono un film horror. La realtà è molto peggiore.
L’ATTO D’ACCUSA
Occorrerebbe un elenco a parte, insieme ai prigionieri politici prelevati arbitrariamente e di cui non si conosce né il luogo di detenzione né la sorte, per completare sommariamente le addizioni. Che proseguono con lo stillicidio di impiccati. Almeno 869, secondo Nessuno tocchi Caino, sono saliti al patibolo fino alla fine di luglio 2026, molti condannati a morte per moharebeh (“inimicizia contro Dio”), mofsed-e fel-arz (“corruzione sulla terra”) o reati di sicurezza nazionale legati a scontri con le forze di sicurezza. Senza fermare il dissenso pubblico e spontaneamente organizzato. Ma anche dopo questi terribili avvenimenti, siccome ne sono stati già trucidati tanti in quarant’anni, qualche decina di migliaia in più o in meno non faranno molta differenza agli occhi del mondo.




