Una corte siriana ha condannato a morte l’ex presidente Bashar al-Assad per crimini di guerra e contro l’umanità commessi durante i 14 anni di guerra civile che hanno insanguinato il Paese. Assad, che dalla sua caduta, l’8 dicembre 2024, vive in esilio a Mosca, è stato condannato in contumacia assieme a sei alti dirigenti politici e militari siriani, fra i quali il fratello Maher, già comandante della Quarta divisione corazzata dell’esercito.
L’unico imputato presente in aula era Atif Najib, ex capo della sicurezza nel governatorato di Dar’a, cugino dell’ex presidente e torturatore di migliaia di giovani oppositori. Gli Assad sono alauiti, un gruppo di tradizione sciita, e sono stati stretti alleati dell’Iran e del partito-milizia libanese Hezbollah. Oftalmologo di professione, Bashar ha seguito le orme del padre Hafez al-Assad, diventando presidente della Siria e scatenando la repressione durante la Primavera araba. Milioni di siriani sono fuggiti all’estero durante la sua presidenza. Nel 2012, all’inizio delle proteste, la Siria contava 22,7 milioni di abitanti; a fine 2016 erano scesi a 19,2 milioni.
Si calcola che durante la guerra civile siano stati uccisi non meno di 660.000 siriani. Il nuovo governo dell’autoproclamato presidente Ahmad al-Shara, sunnita ed ex qaedista subentrato ad Assad con il supporto della Turchia e il benestare degli Usa, sta chiudendo i conti con la passata amministrazione. La corte siriana ha pronunciato la sentenza proprio mentre il Parlamento libanese aboliva la pena di morte dal proprio ordinamento, con il solo voto contrario di Hezbollah. Sempre di queste ore è la notizia che, a seguito di un’intesa fra Siria, Usa e Israele, l’agenzia Onu per la sicurezza atomica (Aiea) ritirerà da un magazzino siriano materiali nucleari dell’era Assad.




