Caro direttore, scrivo queste righe volutamente a qualche giorno di distanza dal 15 agosto, data in cui ricorre il drammatico anniversario della caduta di Kabul e del crollo della Repubblica afghana. Una crisi che raggiunse il suo culmine poche settimane dopo, il 30 agosto, con la conclusione del ponte aereo e il ritiro definitivo di tutte le truppe occidentali dal Paese. La tragedia del popolo afghano, e in particolare delle sue donne, non può e non deve essere confinata alla retorica delle celebrazioni. Penso infatti che la nostra cultura liberale ci imponga di guardare a questa ferita ogni giorno, perché la libertà non è un privilegio geografico, ma un valore universale che non ammette deroghe. Ogni volta che a una donna viene impedito di studiare, di svolgere il proprio lavoro o di camminare a volto scoperto, non è solo un diritto individuale a essere calpestato: è la libertà universale ad essere soffocata e demolita.
È la manifestazione più barbara dell’Islam oscurantista, un’ideologia fondata sull’oppressione che trova nella condizione femminile in Afghanistan la fotografia della negazione di ogni dignità: le donne sono ridotte a ombre sotto il burqa, private di ogni prospettiva di futuro. Lo confermano con drammatica chiarezza i dati che giungono dai report internazionali: negli ospedali si registra un aumento impressionante di tentativi di suicidio tra le giovani donne, spinte alla disperazione da un regime che le vuole invisibili.
Il ritiro del 2021, con le modalità attraverso cui è stato condotto, non è stato solo un fallimento logistico, ma una rinuncia colpevole alla nostra missione storica. Un Occidente che abdica al suo ruolo di tutore delle libertà fondamentali è un Occidente destinato a soccombere davanti alla protervia delle autocrazie e dell’oscurantismo. Il percorso verso la modernità e l’inclusione che iniziò in Afghanistan dopo il 2001 e lo sradicamento del regime talebano complice del terrorismo islamico, pur tra mille difficoltà, aveva permesso a una generazione di ragazze di sognare l’università e una professione e di poter credere di realizzare i loro sogni nel Paese in cui erano nate e cresciute. Oggi quelle donne non hanno neanche più i sogni. Interrompere quel cammino significa aver tradito chi ha creduto nei nostri valori.
Tuttavia, la richiesta di libertà che arriva dalle afghane è più forte del terrore. Vengono organizzate scuole segrete e resistenze silenziose, ricordandoci che la sete di dignità non può essere spenta con un decreto. Questo chiama le organizzazioni internazionali e le nostre istituzioni a uno sforzo concreto e non declamatorio. Dobbiamo esercitare una pressione politica costante e intransigente: trattare con i talebani senza pretendere il ripristino immediato dei diritti fondamentali non è realismo, ma complicità morale. La libertà delle donne afghane è la misura del livello di libertà generale. Se accettiamo che in alcuni Paesi del mondo si persegua la sostanziale cancellazione delle donne dalla vita pubblica, stiamo accettando l’erosione dei pilastri della nostra civiltà. Non dobbiamo rinunciare, perché ogni ragazza afghana che resiste sta difendendo anche noi.
*Deputata di Forza Italia




