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Senza soldi, lavoro, acqua: Iran all'età della pietra

A sei mesi dall’inizio del conflitto contro Stati Uniti ed Israele, la vera guerra l’Iran la sta combattendo per la sopravvivenza
di Carlo Nicolatomartedì 25 agosto 2026
Senza soldi, lavoro, acqua: Iran all'età della pietra

4' di lettura

A sei mesi dall’inizio del conflitto contro Stati Uniti ed Israele, la vera guerra l’Iran la sta combattendo per la sopravvivenza. C’entrano ovviamente i bombardamenti, il blocco navale americano e le «sanzioni più dure della storia», ma la guerra in sé ha solo portato alle estreme conseguenze problemi preesistenti dovuti a decenni di malapolitica, clientelismo, corruzione e scontri di potere. I numeri raccontano dunque una devastazione che i missili da soli non spiegano. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per il 2026 una contrazione del Pil di oltre il 5%, la peggiore in quasi quattro decenni. L’inflazione è ormai fuori controllo: vicina all’80% su base annua, con un picco a luglio di oltre l’80%, secondo l’agenzia di Stato Isna. Da marzo il carrello della spesa non scende sotto il 36%. Il rial è ai minimi storici, ha perso metà del suo valore da inizio anno iraniano, costringendo le famiglie a comprare pane e medicine a credito. Il cuore del disastro è ovviamente il petrolio, bloccato dal controembargo americano.

Se nel 2025 l’Iran esportava 1,7 milioni di barili al giorno, ad agosto 2026, secondo Kpler, ne esporta 294 mila. I carichi sulle petroliere iraniane sono crollati a una frazione dei livelli pre-guerra. Teheran ha ancora circa 80 milioni di barili fermi in mare, diretti in gran parte verso la Cina che compra l’80% del greggio iraniano, ma al ritmo di scarico attuale rimangono solo quattro mesi prima di quella che è stata definita «una morte lenta ma certa». Nel Golfo Persico il traffico è paralizzato: da 130 navi al giorno prima della guerra a 7, con solo 2-3 superpetroliere al giorno attraverso Hormuz contro le 8 di prima. È qui che si innesta la seconda crisi, quella del lavoro, che il governo teme più delle bombe per il rischio di rivolte. Il tasso ufficiale di disoccupazione a giugno era al 9,1%, ma gli stessi media iraniani ammettono che tale cifra è risibile e che la realtà è molto diversa. Un funzionario del ministero del Lavoro ha rivelato che in tre mesi di guerra, da fine febbraio a fine maggio, è stato perso oltre un milione di posti. Su JobVision, il principale portale di annunci, in un solo giorno a fine luglio 320 mila persone hanno inviato il curriculum.

La Confederazione sindacale internazionale parla di milioni spinti in povertà da svalutazione rapida, inflazione galoppante, erosione dei salari reali e dilagare del lavoro precario. L’inflazione alimentare ha superato il 130% in 12 mesi, i salari dei più poveri sono cresciuti meno della metà. L’agenzia Ilna riporta le parole di un operaio di Teheran: «Siamo costantemente indebitati con tutti». Il 40% dello stipendio va in affitto, un altro 40% in rate di app per micro-credito usate per comprare cibo. Saltare una rata significa multe che si accumulano. Molti sono senza con tratto e senza assicurazione sanitaria. Non a caso i lavoratori sono la categoria che protesta di più: 744 proteste operaie contate nell’ultimo anno, seguite da 597 di pensionati. Ma i problemi nemmeno arrivano solo dalla guerra, dal petrolio e dal lavoro, quello più grande è atavico e riguarda il bene primario per eccellenza, l’acqua.

Teheran, oltre 10 milioni di abitanti, sta vivendo la peggiore carenza idrica degli ultimi cento anni. Lo scorso anno si parlava di bacini ridotti alla metà, ma a giugno di quest’anno la situazione è perfino peggiorata con 4 dighe su 5 della capitale prosciugate e il 93% dei bacini nazionali vuoti o critici. La diga Amir Kabir è all'8% della capacità, 14 milioni di metri cubi. A Mashhad, seconda città con 4 milioni di persone, le riserve sono sotto il 3%. A livello nazionale 19 grandi dighe, il 10% del totale, sono di fatto a secco. Le precipitazioni sono crollate del 40% rispetto alla media di 57 anni, scelte economiche disastrose che hanno prediletto l’irrigazione di coltivazioni non autoctone, hanno fatto il resto.

La compagnia idrica nega il razionamento formale, ma ammette riduzioni notturne di pressione fino a zero e tagli di 12 ore per le famiglie «che consumano troppo». Il ministro dell’Energia Abbas Aliabadi è stato lapidario: «Non c’è più acqua». Con le idroelettriche ferme, la corrente salta per ore, 18 province su 31 sono state costrette a chiusure parziali per risparmiare acqua ed energia mentre le temperature in alcune zone del Paese hanno raggiunto i 50 gradi. Come ha ammesso lo speaker del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf la settimana scorsa, «non importa quanto potere militare abbiamo, non sopravviveremo se la gente ha fame e non abbiamo fatturato, crescita economica e produzione nazionale».