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Trump ha scelto il Pentagono perché guida un Paese in guerra

Il presidente Usa, parlando dal quartier generale della Difesa, avvisa i nemici dell’America: "Oggi combattiamo i sostenitori del terrorismo islamico"
di Costanza Cavallisabato 12 settembre 2026
Trump ha scelto il Pentagono perché guida un Paese in guerra

4' di lettura

Il presidente degli Stati Uniti è insieme capo dello Stato e comandante in capo delle forze armate, e ogni 11 settembre, a seconda del luogo che sceglie, mette in primo piano uno dei due ruoli, perché i luoghi colpiti nel 2001 non ricordano quel giorno allo stesso modo. A Ground Zero i familiari leggono uno per uno i nomi dei morti e dal 2012 i politici, presidenti compresi, ascoltano in silenzio, mentre al Pentagono, il quartier generale delle forze armate e l’unico obiettivo militare colpito quella mattina, il presidente parla davanti ai soldati. Ieri, nel 25° anniversario degli attentati, Donald Trump ha scelto il Pentagono e la ragione è semplice: da fine febbraio è il presidente di un Paese in guerra. Giovedì sul New York Times Peter Baker, capo dei corrispondenti alla Casa Bianca, ha spiegato che cosa racconta questa scelta. Baker ha descritto in anticipo la fotografia, con i quattro ex presidenti ancora in vita riuniti al World Trade Center e l’attuale, l’unico nato a New York, lontano 320 chilometri, alla guida di un Paese che teme meno gli attacchi dall’esterno e non mette più il terrorismo al centro della politica. Baker riporta anche il sospetto che Trump abbia evitato New York perché lì non avrebbe potuto parlare. Trump lo ha negato, e se anche fosse vero sarebbe difficile trovarci uno scandalo, perché un presidente che a meno di due mesi dalle elezioni di metà mandato vuole rivolgersi al Paese va dove le regole della cerimonia glielo permettono.

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Il Nyt cita anche il fine settimana di golf che Trump passerà in Irlanda, e il golf c’è, ma prima di premiare domani il vincitore dell’Irish Open nella sua proprietà di Doonbeg, il presidente incontra oggi a Dublino Micheál Martin, il capo del governo del Paese che fino a dicembre ha la presidenza di turno dell’Unione europea, e di cui contesta le regole sulle aziende tecnologiche americane. E Trump va dove serve difendere gli interessi americani. Il discorso che il presidente ha tenuto ieri basta a contraddire Baker. Davanti ai familiari dei 184 morti del Pentagono, Trump ha ricordato che dopo gli attentati «eravamo tutti newyorchesi», ha salutato i veterani della guerra al terrorismo e i militari che «lavorano per garantire che il primo sostenitore del terrorismo al mondo, la Repubblica islamica dell’Iran, non abbia mai e poi mai un’arma nucleare». Baker aveva scritto che Trump presenta la guerra all’Iran come una campagna contro l’atomica più che contro le milizie di Teheran e ieri il presidente ha tenuto insieme le cose, legando la promessa fatta ai morti 25 anni fa al conflitto di oggi: «Per questo oggi combattiamo. Non abbiamo scelta. Può esserci soltanto la vittoria». Che l’11 settembre il presidente statunitense scelga il ruolo di comandante in capo, inoltre, non è un’abitudine inventata da Trump.

Nel 2016, Obama parlò al Pentagono mentre gli aerei americani bombardavano lo Stato islamico in Iraq e in Siria, e nel 2023, di ritorno dall’Asia, Biden scelse una base militare dell’Alaska, con i soldati americani ancora schierati negli stessi due Paesi. Da presidente Trump ha sempre scelto il Pentagono o Shanksville, in Pennsylvania, dove precipitò il quarto aereo. Resta l’accusa più seria rivolta a Trump, quella di aver cambiato la definizione di terrorismo, trattando da terroristi i cartelli della droga, di cui le forze armate Usa bombardano le imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico, e l’estremismo di sinistra, mentre quello di destra resterebbe ignorato. Nel giugno 2021 Biden pubblicò la prima strategia nazionale contro il terrorismo interno, lo definì la minaccia più urgente per il Paese e indicò come pericoli quelli che lui riteneva più letali, i suprematisti bianchi e le milizie antigovernative.

Trump ha ereditato il metodo cambiando bersaglio. I narcotrafficanti erano già finiti nella lista delle organizzazioni terroristiche molto prima di lui: il 10 settembre 2001, il giorno prima degli attentati, il segretario di Stato di Bush, Colin Powell, vi aggiunse i paramilitari colombiani delle Autodefensas Unidas de Colombia, che si finanziavano con la cocaina. Il Times affida la sintesi di questa accusa a Philip Zelikow, che diresse i lavori della commissione d’inchiesta sugli attentati, secondo il quale in 25 anni gli Stati Uniti hanno in gran parte ridefinito il terrorismo. Alla Hoover Institution, il centro studi di Stanford dove lavora Zelikow, è ricercatrice anche Ayaan Hirsi Ali, nata in Somalia ed ex parlamentare olandese, che mercoledì sulla rivista americana Tablet ha tratto un bilancio diverso. Hirsi Ali riconosce che l’Occidente è diventato molto più bravo a scovare e uccidere gli uomini come Mohamed Atta, il capo dei dirottatori, e sostiene che la domanda non è più «semplicemente se l’America possa sconfiggere le organizzazioni terroristiche», ma se sappia ancora vedere e affrontare una sfida di civiltà in cui l’ambizione islamista, le potenze straniere ostili come la Russia e la Cina e le tensioni demografiche e culturali si rafforzano a vicenda.

Parlando ieri dal quartier generale della Difesa, Trump ha mostrato a quelle potenze l’immagine di un’America che combatte, ben diversa da quella della sofferenza e del ricordo, genii loci di Ground Zero ricostruita. Il cantiere del Pentagono fu aperto proprio un 11 settembre, nel 1941, meno di tre mesi prima dell’attacco di Pearl Harbor, per dare una sede al dipartimento della Guerra di un Paese che si preparava al conflitto. Lo stesso giorno, 60 anni dopo, al Qaeda colpì l’edificio. Ottantacinque anni dopo accanto a Trump c’era Pete Hegseth, che da un anno ha il titolo di segretario alla Guerra, come Henry Stimson quando nel 1941 approvò il progetto.