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Intelligenza Artificiale, Taiwan, panda: Xi le prova tutte ma Trump non ci casca

Il leader cinese spedisce due animali negli Usa e invita 100mila studenti americani. Poi parla di "stabilità strategica". Cioè mano libera con l’isola e con l’alleato iraniano
di Costanza Cavallivenerdì 25 settembre 2026
Intelligenza Artificiale, Taiwan, panda: Xi le prova tutte ma Trump non ci casca

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Donald Trump ha accolto ieri Xi Jinping alla Casa Bianca ricordando l'alleanza della Seconda guerra mondiale e rendendo omaggio alle Tigri volanti, i piloti volontari americani che dal 1941 combatterono i giapponesi in Cina. Che Trump lo sappia o no, quei piloti volavano per la Repubblica di Chiang Kai-shek, il generale nazionalista che nel 1949, sconfitto da Mao, riparò a Taiwan. In pubblico, il presidente americano ha celebrato «una grande amicizia, fondata sul rispetto reciproco». Xi ha rilanciato la «stabilità strategica», l’impegno preso a maggio a non lasciar marcire i rapporti, e ha evocato ancora la trappola di Tucidide (e cioè il rischio, studiato dal politologo Graham Allison, che una potenza in ascesa e una dominante finiscano in guerra come Atene e Sparta). La trappola «può essere superata», ha assicurato, e la competizione deve essere «una gara in cui ci si insegue e si cerca di raggiungersi, non una lotta in cui uno vince e l’altro perde».

Dopo le formule, Xi è passato ai doni. «Il panda è stato un ambasciatore di amicizia tra cinesi e americani», ha detto, e ha dato la «buona notizia» che le bestie, Ping ping e Fushuang, arriveranno tra pochi giorni allo zoo di Atlanta. Fu la moglie di Chiang Kai-shek, nel 1941, a inaugurare la diplomazia dei panda moderna con due esemplari regalati allo zoo del Bronx. Dagli anni Ottanta Pechino li presta a pagamento. La moneta, stavolta, potrebbero essere i 100mila giovani americani che Xi si è offerto di accogliere nei prossimi cinque anni. Sul commercio Trump ha vantato la commissione mista nata a maggio, «un meccanismo completamente nuovo» che ha avuto «un successo incredibile». Xi ha garantito che «la porta della Cina resta sempre aperta» alle imprese americane e ha chiesto che quelle cinesi siano «trattate equamente» in America. È la richiesta che conta.

Un tempo i regni rivali si scambiavano come ostaggi i figli dei re, oggi si scambiano fabbriche, perché chi investe nel Paese rivale ha interesse a non fargli la guerra. Pechino, più di Washington, ha bisogno che le porte restino aperte, perché il mattone è in crisi, i cinesi spendono poco, le loro fabbriche producono più di quanto il Paese consumi, le tendenze demografiche sono negative e, persino lì, nonostante la censura, aumentano le proteste sociali. Da Wei, studioso dell’Università Tsinghua di Pechino, ha scritto su Foreign Affairs che una Cina sicura di sé diventa più moderata. I conti, in realtà, dicono che Xi è moderato per la ragione opposta: perché, seppur medaglia d’oro di terre rare, non è ancora pronto allo scontro e la distensione gli serve a comprare tempo.

L’esercito deve completare la modernizzazione entro il 2027 e le testate atomiche, secondo il Pentagono, saranno più di mille nel 2030. L’intelligenza artificiale cinese si avvicina a quella americana, ma è a corto di processori avanzati. Il traguardo è il 2049, centenario della Repubblica popolare, quando Xi sogna di vedere compiuto il «grande ringiovanimento della nazione cinese». Il ringiovanimento comprende Taiwan. Da maggio Trump tiene in sospeso la più grande vendita di armi della storia di Taiwan, una commessa da 14 miliardi di dollari, che ha definito «un’ottima carta negoziale» con Pechino. Chi lo crede pronto a sacrificare l’isola dimentica che a dicembre l’America ha importato da Taiwan più merci che dalla Cina, per la prima volta da decenni. E la «Super Intelligence», come Trump ha ribattezzato l’IA, marcia su processori prodotti in gran parte a Taipei. Sull’Iran, secondo Pechino, Xi ha chiesto il ritorno al memorandum di Islamabad, la tregua di giugno saltata a causa degli assalti del pasdaran alle navi Usa nello Stretto di Hormuz. Si presume che il commaner-in-chif gli abbia chiesto di smettere di finanziare e armare un regime che esporta terrorismo nel mondo e destabilizza una rotta del commercio globale.

Ma il leader cinese, a differenza di Trump, può aspettare. Oggi il presidente americano lo porterà agli Archivi nazionali, dove sono custodite la Dichiarazione d’indipendenza e la Costituzione del 1787, vessillo delle libertà americane e dell’Occidente. Quella cinese, Xi l’ha fatta riscrivere: ha fatto aggiungere che la guida del Partito comunista è il tratto che definisce il socialismo cinese e ha espunto il limite dei due mandati presidenziali, che ha già superato. Mercoledì, una ventina di senatori democratici ha chiesto a Trump di trovare un accordo con Xi per sospendere la corsa dell’IA, la gara in cui, hanno scritto loro stessi, l’America è in testa. Trump dovrà lasciare la Casa Bianca nel gennaio 2029, Xi rimarrà dov’è. Ad aspettare, con due panda in trasferta e 100mila americani da indottrinare in più, un democratico che gli offra di rallentare nella gara da cui uscirà la Superpotenza del secolo.