Continua ad arricchirsi di elementi farseschi il teatrino in perfetto stile italiano sull’elezione di Malagò a Presidente della Federcalcio. Ci mancavano solo le ricostruzioni stampa che vedrebbero l’esistenza di un vero e proprio piano del Governo, guidato nell’ombra dal ministro dello Sport Andrea Abodi, per azzerare i vertici Figc e spingere verso il commissariamento entro metà ottobre.
Secondo questa versione l’esecutivo, avvalendosi di un presunto asse con il Coni di Buonfiglio e delle valutazioni della Procura Generale dello Sport, starebbe cavalcando il pretesto, meramente formale, per far decadere l’elezione a causa del mancato tesseramento del presidente al momento della candidatura.
Che ci sia o meno questo grande quadro ordito dai piani alti, o che si tratti solo di speculazioni dei fogli di sinistra, è indubbio che i dettagli legali della contestazione rasentino il paradosso. L’intero castello accusatorio ruota attorno alla firma del segretario generale della Figc, Marco Brunelli, che avrebbe convalidato la candidatura di Malagò ritenendola legittima, mentre i detrattori sostengono la violazione dei principi fondamentali del Comitato Olimpico. La Figc, dal canto suo, starebbe affilando le armi per un contro-ricorso, forte dei tesseramenti passati di Malagò e di pareri giuridici che bollerebbero come del tutto sproporzionata la misura del commissariamento.
La vicenda arriva a tingersi di surreale di fronte all’ipotesi di successione tratteggiata. Per la transizione di due anni si starebbe infatti pensando ad Adriano Galliani, classe 1944. Grande uomo di calcio, ma già 82enne. Il punto è che, anziché affrontare nodi drammatici, stadi obsoleti, vivai svuotati e conti in rosso, si preferisce incartare il pallone italiano in una guerra di codicilli. I club di serie A hanno rinnovato la fiducia a Malagò, ma i palazzi stanno regalando al Paese l’ennesimo spettacolo sconcertante di una governance col torcicollo.




