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Russia, Vladimir Putin minaccia l'Italia: occhio al fronte Sud

di Costanza Cavallivenerdì 16 ottobre 2026
Russia, Vladimir Putin minaccia l'Italia: occhio al fronte Sud

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Oltre la grancassa della propaganda che viaggia in rete, oltre le incursioni dei droni nei cieli d’Europa e i migranti usati come strumento di pressione politica o di destabilizzazione, c’è un fronte liquido e profondo dove la Russia muove le sue pedine. È il Mediterraneo, ed è dalle sue sponde africane che il Cremlino mina gli interessi strategici dell’Italia. La minaccia più visibile è quella a transponder spenti della sua flotta ombra, le vecchie petroliere con bandiera di comodo che portando il greggio di Mosca aggirando le sanzioni, due delle quali abbordate ad agosto dalla Marina Militare a ovest di Pantelleria. Già nel marzo 2023 il ministro della Difesa, Guido Crosetto, aveva accusato la Wagner di alimentare le partenze dei migranti dall’Africa con una «strategia chiara di guerra ibrida». I mercenari russi stavano allora in Libia con Khalifa Haftar, il generale che da Bengasi controlla l’Est e il Sud del Paese, e oggi al loro posto c’è l’Africa Corps, il corpo di spedizione del ministero della Difesa russo.

Per Mosca la Libia vale più di allora, perché ad agosto il governo siriano ha ottenuto che Tartus e Hmeimim, la base navale e quella aerea da cui la Russia aveva difeso Assad e riforniva i contingenti in Africa, diventino centri di addestramento comuni. Nello stesso mese Vladimir Putin ha ricevuto al Cremlino Saddam Haftar, figlio ed erede del generale. L’agenzia del Pentagono che analizza le immagini satellitari ha individuato cantieri russi in sei basi aeree libiche dove opera l’Africa Corps, e la più vicina all’Italia, al Qardabiya, sta appena a sud di Sirte.

È una morsa che insiste direttamente sui nostri snodi energetici. Lo scorso febbraio, nel golfo della Sirte l’Eni, il maggior operatore straniero nel Paese, ha vinto una licenza d’esplorazione nella prima gara petrolifera libica indetta dal 2007. L’azienda italiana alimenta il terminale di Gela attraverso il gasdotto GreenStream e gestisce con la compagnia di stato libica El Feel, un giacimento del Sud che il generale controlla militarmente dal 2019. A sessanta chilometri da lì si stende Sharara, il più grande giacimento libico, che nel giugno 2020 i mercenari russi occuparono per imporre il blocco petrolifero voluto da Haftar.

E se la Libia scotta, l’Algeria coltiva un’ambiguità strategica non meno insidiosa. Primo fornitore di gas dell’Italia – l’anno scorso ci ha garantito venti miliardi di metri cubi, quasi un terzo delle importazioni, rifornimento ulteriormente sollecitato da Giorgia Meloni a marzo dopo l’attacco iraniano agli impianti di gas liquefatto del Qatar –, Algeri incassa da Roma e spende a Mosca, dove compra gran parte del suo arsenale. Secondo Defense News, tra marzo 2025 e aprile 2026 l’Algeria ha accolto almeno 167 voli di aerei da trasporto russi, alcuni proseguiti per la Guinea, tappa delle armi russe dirette nel Sahel. E quando a fine agosto l’Africa Corps ha aiutato la giunta militare del Niger a reprimere un ammutinamento, l’Algeria ha mandato a Niamey quattro caccia Su-30 di fabbricazione russa. Proprio nella base aerea 101 di Niamey, gli uomini dell’Africa Corps alloggiano a poche centinaia di metri dai soldati italiani della Misin, la missione che addestra le forze locali ed è quasi l’unica presenza occidentale rimasta nel Paese.

In Mali, invece, nel luglio 2024 la Wagner perse decine di uomini contro separatisti tuareg e jihadisti, e ad aprile l’Africa Corps ha abbandonato Kidal, la città riconquistata nel 2023 grazie ai russi, riconsegnandola di fatto agli stessi tuareg e al Jnim, la filiale di al Qaeda nel Sahel. E più i russi arretrano nel Sahel, più per Mosca assumono valore strategico le basi libiche da cui partono uomini e rifornimenti. Libia, Algeria e Sahel fanno parte di quel Mediterraneo che la Marina chiama “allargato” fin dagli anni Ottanta e che il governo nel 2024 ha promosso a “globale”, perché attraversato da rotte che Roma vuole aprire verso l’Africa e l’Asia.
Per l’Africa si muove il Piano Mattei, 5,5 miliardi di euro per 18 Paesi, e per l’Asia la scommessa è l’Imec, il corridoio logistico ed energetico che dovrebbe collegare l’India all’Europa passando per il Golfo e Israele, con Trieste come ideale approdo europeo. Su un fronte parallelo, la società italiana dei cavi sottomarini Sparkle e Google stanno completando Blue & Raman, il cavo che unirà Genova e Mumbai attraverso Israele e Giordania anziché per la strozzatura egiziana, mentre il canale di Sicilia si conferma uno snodo cruciale per la connettività digitale.

Al Senato, Meloni ha chiesto a Bruxelles di costruire Imec e di proteggere i cavi sottomarini, ammonendo che «mentre contribuiamo a sostenere il fianco Est non possiamo accettare che si perda di vista il fianco Sud». Un avvertimento già lanciato nel giugno 2025, quando alla vigilia del vertice Nato dell’Aia indicò l’Est e il Sud della Libia come «le principali teste di ponte della proiezione militare russa in Africa». La guerra ibrida, ha detto mercoledì, «non si dichiara e non ha un fronte». Tra la base di al Qardabiya e Lampedusa, in linea d’aria, ci sono 618 chilometri.