Il sogno di Leonida e il nostro incubo. In Israele di recente si è molto discusso della visione greca di Benjamin Netanyahu, ovvero dell’idea di fondare una “super Sparta” tra Tel Aviv e Gerusalemme, con riferimento alla necessità di creare una piccola economia autarchica, con un esercito di modeste dimensioni ma in grado di fronteggiare le orde nemiche. La storia di Sparta che torna nei discorsi politici e a ben vedere la stessa esperienza potrebbe riguardare anche l’Europa. Ma non quella dei Trecento, quella del declino. Della fine di una civiltà che non è stata spazzata via per conquista, ma si è sostanzialmente estinta.
Come tanti ricorderanno, la ricchezza della nazione di Leonida al suo apice derivava da un impero coloniale, dal Peloponneso fino all’Attica, che non poteva contare su particolari risorse o materie prime. A determinare la supremazia spartana è una minoranza di guerrieri che governava su una nazione di modeste dimensioni, ma in grado di estendere la propria egemonia sull’intera culla della civiltà occidentale, sulla Grecia. Un impero che viene meno per rovesci militari (Leuttra) ma anche e soprattutto per una sfortunata evoluzione sociale. In sostanza- per voler mantenere il parallelo con i nostri giorni mentre l’aristocrazia nel suo complesso continua a mantenere il proprio livello di ricchezza, il “ceto medio” degli spartiati inizia a soffrire, a impoverirsi, per effetto di nuove leggi le rendite si concentrano su poche famiglie.
Casa Bianca, il report-choc sull'Europa: che fine farà tra 20 anni
"Coltivare la resistenza alla traiettoria attuale dell'Europa all'interno delle singole nazioni europee&quo...E la gran parte degli spartiati non riesce più a sostenere una vita da “uomo”, che nell’accezione dorica significa il dedicare tutta la propria esistenza a un unico scopo: allenarsi a uccidere per Sparta. Il tutto con derive molto attuali: denatalità. Qualche cifra: Erodoto nei suoi testi parla di 8000 spartiati in armi negli anni d’oro (anche se lo storico greco tendeva a gonfiare qualsiasi cifra per condire le sue storie, per esempio è molto poco probabile che il persiano Serse avesse portato in Grecia un milione di soldati). All’epoca di Aristotele il numero era sceso a 1000. Nel 243 a.c. i nobili in armi erano ridotti a 700 unità, di cui appena un centinaio abbienti. Il tutto con evoluzioni culturali nefaste, vengono tollerati perfino atti di codardia in battaglia. E tutto ciò non avviene in un periodo di impoverimento della Laconia, ma di boom demografico. È la composizione sociale della città che cambia radicalmente, un po’ come avviene oggi in tante parti del nostro continente.
Le forze armate deperiscono di conseguenza, affidandosi ai mercenari, gente di fuori. Sparta diventa una potenza del tutto marginale, mentre la sua aristocrazia perde ogni contatto con l’antica tradizione. E lo stesso avviene perla cultura: mentre quella romana sopravvive alla fine dell’egemonia militare, quella spartana sostanzialmente evapora. Un po’ quello che Donald Trump e il suo vice Vance pronosticano per l’Europa oggi. La Casa Bianca scommette sulla fine della nostra civiltà nel giro di pochi decenni, per un’impostazione delle regole comunitarie infelice e anche per aver permesso che la nostra cultura subisca una trasformazione troppo profonda. Il tutto con un forte legame col mancato controllo dei confini. Bruxelles ovviamente protesta, ma in fin dei conti ora sembra aver preso una direzione compatibile con le critiche americane.
Elon Musk contro l'Ue: "Deve essere abolita" e poi cita l'"effetto Streisand"
"L'Unione europea andrebbe abolita". Parola di Elon Musk. L'ex doge, attraverso un tweet sulla sua pia...L’accordo approvato ieri dal Consiglio Ue non è altro che questo, un tentativo di imporre uno stop agli ingressi incontrollati. A sinistra c’è chi imputa questa svolta a una nuova deriva sovranista imposta dall’estrema destra. Il che, sempre continuando con la storia, non è vero almeno in un punto: non si tratta di una novità, ma di un ritorno. La sinistra dal dopoguerra non ha mai considerato l’emigrazione come un dato positivo, ma come una tragedia che colpiva i ceti più deboli del nostro paese e favoriva solo gli industriali, che potevano contare su manodopera di importazione a bassissimo costo. Oggi non è cambiato molto, solo che il punto di partenza non è più il Meridione ma l’Africa. D’altra parte anche fino a tempi recenti, almeno fino agli anni ’90 a nessuno in politica sarebbe venuto in mente di proporre un livello di tolleranza nei confronti dell’immigrazione clandestina che fosse diverso dallo zero. Ora, dopo qualche decennio di ubriacatura, dopo aver creato un modello di accoglienza sostanzialmente insostenibile, si prova faticosamente a tornare alla normalità. Funzionerà? © RIPRODUZIONE RISERVATA.




