Dimentichiamoci per un attimo del terremoto Trump, della guerra in Ucraina, del dibattito sulla necessità di rafforzare la difesa, di fermare la deindustrializzazione, di rilanciare la competitività delle imprese e di ridare al Vecchio Continente gli strumenti per giocare ad armi pari sul mercato globale. Qualcosa di antico è ricomparso in questi giorni. E non è un caso che lo abbia fatto a Parigi, dove Emmanuel Macron sembra il più restio a fare i conti con il nuovo mondo, dove potrebbe non esserci più bisogno di lui. Una settimana fa il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha annunciato che si dimetterà all'inizio di giugno di quest’anno. Una decisione a sorpresa, visto che il suo mandato scade alla fine del 2027. Motivo? Fatti strettamente personali, ha assicurato il banchiere.
Ma sono in pochi a non pensare che dietro ci sia lo zampino del presidente, che senza il passo di lato di Villeroy avrebbe perso l’occasione di nominare il successore, visto che nell’aprile del 2027 la Francia tornerà di nuovo alle urne. E non solo Macron dovrà farsi da parte, avendo già fatto due mandati, ma probabilmente dovrà anche rinunciare a muovere i fili, visto che il suo movimento Renaissance continua a scivolare nei sondaggi mentre il Rassemblement national di Le Pen e Bardella continua a salire. Giochi di potere, inciuci della vecchia politica? Finché la manovra riguarda la Francia, in fondo, ci si potrebbe anche passare sopra, seppure lo scippo di una nomina agli elettori non è mai cosa da applaudire. Ma le manovre di Macron rischiano di non restare dentro i confini nazionali. Ieri il Financial Times, che di solito non le spara grosse, ha ventilato l’ipotesi che lo stesso giochino potrebbe essere replicato anche a livello europeo.
Macron in crisi provoca la deriva neonazionalista e militarista di Parigi
La crisi della Francia non è economica e neppure demografica, come si pensa da qualche settimana, da quando sono ...Secondo il quotidiano della City l’attuale presidente della Bce, Christine Lagarde, il cui mandato scade nell’ottobre del 2027, starebbe anche lei pensando di lasciare anzitempo l’incarico. La smentita della Bce è arrivata rapidamente, affidata ad una comunicazione di un portavoce: «La presidente Lagarde è totalmente focalizzata sulla sua missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato». Caso chiuso? Fino ad un certo punto. Anche perché a schierarsi contro Ft c’è anche il nostro dimissionario Villeroy: «Ho letto una voce su Lagarde, l’ho scoperta così, non mi sembra un’informazione». Una smentita che piuttosto che fugare i dubbi sembra dare corpo ad uno scenario di cui faremmo volentieri a meno: la riedizione dell’asse franco tedesco, che già aveva portato la Lagarde all’Eurotower nel 2019, per mantenere il controllo della Bce.
In realtà, il meccanismo delle rotazioni e delle alternanze non dovrebbe consentire né alla Francia (ha già avuto due presidenze), né alla Germania (ha già la presidenza della Commissione) di esprimere un proprio connazionale per la successione. Ma il punto è un altro. E ricorda da vicino ciò che è accaduto con la nomina di von der Leyen e con la formazione dei governi in Francia e Germania. E cioè il tentativo di spartirsi le poltrone fregandosene degli elettori, che da anni stanno virando a destra. La Bce decide i costi dei nostri mutui e dei nostri prestiti, il valore del nostro denaro, la capacità delle nostre imprese di fronteggiare la concorrenza globale. Mettere al comando il solito euroburocrate non solo senza voti, ma anche senza consenso significa certificare quel declino della nostra democrazia su cui gli odiati americani continuano a puntare il dito.




