Roma, 21 gen. (Adnkronos) - La Cassazione ha annullato il maxi sequestro preventivo per 8,1 miliardi di euro nei confronti della Riva Fire, la Holding che controlla l'Ilva di Taranto, perchè non sono state spiegate "le ragioni per cui i beni oggetto del sequestro debbano considerarsi profitto del reato e dunque aggredibili con una misura cautelare". La Sesta sezione penale spiega così il perchè, lo scorso 20 dicembre, ha ordinato la restituzione dell'ingente somma alla Holding. In particolare, piazza Cavour osserva che "non è possibile desumere, dalla struttura del provvedimento impugnato, alcun tipo di relazione tra le risorse patrimoniali della società (controllate o soggette ad influenza dominante) in tal guisa aggredite dal vincolo cautelare reale e la destinazione impressa al profitto illecito che sarebbe stato ottenuto dalle società indagate (e controllanti) Riva Fire e Ilva spa. Il provvedimento era stato disposto dal gip su richiesta della procura di Taranto, il 24 maggio, e confermato dal Riesame il 15 giugno. Riguardava i beni e le disponibilità finanziarie di Riva Fire (Finanziaria industriale Riva Emilio), che controlla l'Ilva di Taranto, sulla base della quantificazione elaborata dai custodi giudiziari degli impianti dell'area a caldo del siderurgico tarantino, per una cifra equivalente alle somme che nel corso degli anni l'Ilva avrebbe risparmiato non adeguando gli impianti. Ora la Suprema Corte, spiegando le ragioni del dissequestro a favore dello stabilimento di Taranto, chiarisce che "per effetto del patrimonio impugnato, il patrimonio di diverse società - non beneficiarie, peraltro, di alcuna operazione di scissione dalle società sottoposte ad indagine - viene sottoposto a misura cautelare in difetto di un'esplicita individuazione dei criteri di imputazione della responsabilità fissati dal D. lgs. 231 del 2001". Da qui l'annullamento senza rinvio del provvedimento impugnato.




