(Adnkronos/Cinematografo.it) - Spettatore che, proprio di fronte ad un'operazione come 'La mia classe', viene invitato ad un tipo di fruizione lontana dai canoni abituali: al centro del racconto un gruppo eterogeneo di extracomunitari, studenti che prendono lezioni di italiano dal maestro, interpretato come detto da Mastandrea. Provengono da ogni parte del mondo, unico comune denominatore il permesso di soggiorno. Fino a che non scade. "Il progetto è nato da un'idea di Claudia Russo e Gino Clemente, che per motivi anche personali hanno pensato di costruire una situazione in cui si raccontava di una classe formata da extracomunitari veri con un insegnante impersonato da un attore. L'unico a cui abbiamo pensato è stato Valerio, dotato di un dono particolare, quello di saper trasmettere dallo schermo una genuina autenticità", racconta Gaglianone, che poi spiega: "A due settimane dall'inizio delle riprese, un aspetto della storia che noi avevamo solamente immaginato - problemi relativi ai documenti per uno degli studenti - si è verificato realmente. A quel punto ho pensato di abbandonare tutto, poi abbiamo deciso di proseguire in un altro modo, e quindi Valerio ha continuato a fare il professore pur 'rimanendo' Valerio, e noi - la troupe - abbiamo continuato ad essere noi stessi". Sì, perché 'La mia classe' è un film ma non è un film, non è un documentario, né docufiction o backstage: "Eravamo veri e finti allo stesso tempo, continua Gaglianone, e ai ragazzi raccontavo passo passo quello che avremmo fatto. In pratica ci trovavamo dentro a una contraddizione, una capriola iperbolica: non un film di noi che facciamo il cinema, ma una metafora di com'è il nostro rapporto con la società, di come ci comportiamo di fronte a situazioni difficili, che possono metterci in crisi". (segue)




