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Magnus il Grande, il lupo solitario dei comics che mixava Disney a Paolo Uccello

di Giulio Bucchidomenica 7 febbraio 2016
3' di lettura

Sono passati vent'anni dalla sua scomparsa (è morto a 57 anni il 5 febbraio del 1996), ma la presenza e il peso della sua opera sono forse più forti oggi di quando lui era in vita. Il «lui» di cui stiamo parlando è Roberto Raviola, meglio noto con lo pseudonimo di Magnus, artista bolognese che come nessun altro ha saputo conciliare, nel fumetto italiano, il concetto di «autore» con quello di «popolare». Già da molto prima che iniziasse a scrivere da sé le storie che disegnava, esperienza avviata nella prima metà degli anni Settanta, Magnus (nome ricavato dalla frase latina Magnus pictor fecit) sapeva lasciare il proprio inconfondibile segno su tutte le tavole che firmava, fossero anche quelle realizzate più in fretta. Lo sanno bene gli estimatori delle serie tascabili disegnate da Raviola negli anni Sessanta su testi di Max Bunker (al secolo Luciano Secchi): da Kriminal a Satanik, da Gesebel a Dennis Cobb. Pur trattandosi di prodotti sfornati a ritmi da catena di montaggio, l'impostazione della vignetta risulta sempre impeccabile anche per l'occhio più esigente, e il bilanciamento dei bianchi e dei neri (senza tratteggi né sfumature per ottimizzare i tempi) produce comunque risultati di grande eleganza estetica. Pur essendo un artista profondamente votato al figurativo, Magnus non è mai stato un disegnatore realistico: nelle sue figure umane, come nei paesaggi, si coglie sempre l'esigenza di una stilizzazione, dell'approdo a una forma che sia di per sé compiuta e non solo funzione del racconto. Un'inclinazione che talvolta (per esempio con Alan Ford, Maxmagnus e la Compagnia della Forca) ha felicemente assunto i connotati del grottesco, ma che negli ultimi anni - dopo la parentesi di Necron, debitrice della linea chiara franco-belga - è apertamente sfociata in un gusto che non è sbagliato definire decorativo, naturalmente considerando l'aggettivo nella sua accezione più nobile: ne sono prova, tra l'altro, l'erotico Le femmine incantate e La valle del terrore, il lungo episodio di Tex Willer sceneggiato da Claudio Nizzi che sarà, di Magnus, pure il testamento artistico. Nella vasta produzione magnusiana, che - come detto - brilla anche di tanti fumetti ideati e scritti dallo stesso Raviola (tra gli altri I Briganti, Lo Sconosciuto, Milady nel 3000 e Le 110 pillole), il periodo meno noto è quello degli esordi. Ma si tratta di una fase per nulla minore della sua parabola artistica e che, anzi, attesta il valore di Magnus anche come illustratore puro. Grazie alla cura di Luca Baldazzi e Fabio Gadducci, è da poco stato pubblicato un bellissimo volume (già catalogo di una recente mostra a Bologna) che esplora dettagliatamente l'operato giovanile di Raviola, riproducendo con un'altissima qualità di stampa materiali inediti e rari, compresi schizzi, bozzetti e caricature degli anni scolastici: Magnus prima di Magnus. Gli anni dell'apprendistato di un maestro del fumetto (Ed. Alessandro Distribuzioni, pp. 164, euro 18). Se colpisce la varietà di tecniche adoperate da Raviola già prima di diventare Magnus, a riprova di un curiosità e di un gusto per la sperimentazione che in seguito sbocceranno pienamente, la sezione più spettacolare del libro è quella finale, in cui vengono riproposte le splendide, coloratissime tavole a tempera eseguite nella prima metà degli anni Sessanta per l'editore Malipiero. Si tratti di libri per ragazzi sui quali il poco più che ventenne Raviola sfoggia una padronanza tecnica già impressionante. E se tutto sembra muoversi nell'alveo della tradizione illustrativa italiana, in realtà - in certe rotondità disneyane, in certe buffe deformazioni e in certi guizzi «colti» che fanno pensare alla grande pittura (ci stupiremmo se Raviola non conoscesse Paolo Uccello) - sono già percepibili i tratti salienti della personalità di un artista formidabile e poliedrico.