Qualche giorno fa avevamo invocato le dimissioni di Fabrizio Saccomanni, convinti che solo un suo addio al ministero dell’Economia avrebbe potuto evitare agli italiani altre complicazioni fiscali. Tuttavia oggi ci vediamo costretti a difenderlo, perché il pasticcio dei soldi richiesti indietro agli insegnanti dopo che per un anno erano stati regolarmente messi in busta paga ci pare impossibile che sia responsabilità di un uomo solo. È vero che ai tempi di Giulio Tremonti gli uffici di via XX Settembre a Roma erano una specie di doppione della presidenza del Consiglio che anzi a volte contava più della presidenza del Consiglio stessa, decidendo cosa e dove tagliare nel bilancio dello Stato. Ma Saccomanni non è Tremonti. Non ne ha la grinta, la pignoleria e nemmeno il cattivo carattere. Dunque è difficile che a decidere dei destini di decine di migliaia di persone sia lui solo, anche perché se così fosse c’è da chiedersi a che cosa servano i consigli dei ministri. Quando si riuniscono e stabiliscono provvedimenti che gravano sui destini di tutti noi, che si dicono i responsabili dei diversi dicasteri? Possibile che il capo dell’Economia decida a posteriori di cancellare degli scatti a cui gli insegnanti hanno diritto per contratto e, avendoli già percepiti, stabilisca di farseli restituire a rate senza che nessuno ne sappia nulla? È pensabile che per fare cassa un ministro cancelli con un tratto di penna 150 euro dalla busta paga di quasi centomila persone senza profferire parola con il collega che gli sta a fianco e senza dire nulla a chi è gerarchicamente responsabile di quei servitori dello Stato? La risposta è no. È impensabile che Saccomanni abbia fatto tutto da solo: non ne ha la furbizia e nemmeno la spregiudicatezza. Dunque c’è da credergli quando dice che egli è stato solo un mero esecutore e che al ministero dell’Istruzione sapevano tutto da dicembre, ma fino a quando non è scoppiata la grana non si sono mossi. Ora, dopo che la questione è diventata un caso che fa ballare i cerchioni perfino a Enrico Letta, il ministro Maria Chiara Carrozza respinge ogni responsabilità e scarica tutto sul collega-ragioniere, addossando ogni colpa agli uffici del ministero dell’Economia. Difficile però che sia così. Difficile credere che della vita, degli stipendi e del lavoro delle persone possa decidere un solo uomo senza consultarsi con nessuno. Ad ogni buon conto, quali che fossero i ministri a conoscenza della vicenda, risulta evidente che quello del prelievo sulla busta paga dei docenti è un pasticcio, l’ultimo che va a sommarsi ad altri già collezionati nella sua breve vita dal governo delle ex larghe intese. Già, perché la figuraccia del furto con destrezza sugli stipendi dei prof. si aggiunge a quell’altro che riguarda la casa, di cui a tutt’oggi non sono ancora chiari i danni. Infatti, proprio ieri, il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto chiarire come e quando gli italiani avrebbero dovuto pagare non solo l’Imu ma anche la Tasi, cioè quell’altra imposta patrimoniale inventata da Saccomanni per tappare i buchi nei conti dello stato. Nonostante le rassicurazioni, alle famiglie italiane la Tasi quasi certamente costerà di più di quanto costassero l’anno passato l’Imu più la Tarsu. Siccome i bilanci dei Comuni fanno acqua da tutte le parti, tocca ai contribuenti mettere mano al portafogli e il conto rischia di essere salato. Fin qui siamo quasi nell’ovvio, nel senso che ormai a forza di sentirselo dire, gli italiani si sono rassegnati a dover pagare. Il problema è che la confusione regna sovrana e a pochi giorni dalle scadenze ancora nessuno sa quale cifra dovrà versare. Non solo: avendo Saccomani lasciato trapelare la possibilità di un rinvio, nessuno sa se gli importi dovranno essere corrisposti entro la prossima settimana o la prossima estate. Insomma, su misure che incidono pesantemente sulla vita delle famiglie e sulla loro propensione ai consumi, il caos è totale e dà la misura dello sbandamento di un governo che nessuno pare voler rivendicare come proprio. Non il Pd di Matteo Renzi, che pure è l’azionista di maggioranza dell’esecutivo. Non ciò che resta di Scelta civica, il partito fondato e affondato in pochi mesi da Mario Monti. Non il Nuovo centro destra, che pure per unirsi a Letta ha deciso di divorziare da Berlusconi. In queste condizioni, di impazzimento e di stallo, c’è da chiedersi se abbia ancora senso sacrificare ogni cosa in nome di un malinteso concetto di stabilità. Tutti i partiti che compongono la maggioranza sostengono infatti che l’esecutivo va sostenuto in nome della stabilità, perché se cadesse, se si dovessero sciogliere le Camere per andare alle elezioni, daremmo ai mercati finanziari la sensazione di instabilità, mettendo a rischio la sottoscrizione dei titoli del nostro debito pubblico e facendo rincarare lo spread. Ma la stabilità non è un valore. O meglio, è un valore se a stabilirsi sono condizioni migliori di quelle precedenti, se invece il tempo volge stabilmente al brutto forse è meglio cambiare. Per dirla con il Wall Street Journal la stabilità di Letta e dei suoi ministri sembra sempre di più quella cimiteriale. Ma noi di partecipare al nostro funerale e a quello del nostro Paese non abbiamo nessuna intenzione. E se per cambiar strada bisogna mandare al diavolo Letta e suoi ministri pasticcioni, viva l’instabilità. Ps. Dopo il tweet di Renzi il governo ha annunciato che gli scatti dei docenti sono salvi e nessuno di loro vedrà tagli al proprio stipendio. I professori, in gran parte affezionati elettori del Pd, possono dunque dormire sonni tranquilli. Un po’ meno gli studenti, perché secondo l’associazione dei dirigenti scolastici, ciò che non sarà prelevato agli insegnanti verrà prelevato al fondo per il Miglioramento dell’offerta formativa che serve a finanziare le attività e i progetti a supporto della didattica. E questo sarebbe il governo che investe sull’istruzione... di Maurizio Belpietro @BelpietroTweet



