(Adnkronos) - Oltre alla documentazione delle condizioni in cui L'Aquila versa dopo il sisma, con le sue immagini Berengo Gardin compie un raffronto diretto, duro e inevitabile, tra il prima e il dopo. Un atto doloroso, ma dovuto, nei confronti di chi quotidianamente vive esiliato dalla propria vita, in un tessuto urbano che non lo rappresenta piu'. Con il suo speciale e classico stile, in linea con la grande tradizione della fotografia impegnata, Berengo Gardin traccia un ritratto vibrante della realta' sociale di una citta' ferita che e' diventata il simbolo del nostro paese. "La cosa piu' impressionante -racconta il fotografo- e' il silenzio che c'e' per le strade. Non passa nessuno. Non ci sono i bambini che giocano, le donne che fanno la spesa, la gente che va in ufficio. C'erano solo quattro cani abbandonati che giravano. E io, che sono abbastanza vecchio, ricordo a Roma com'era San Lorenzo dopo il bombardamento degli americani. Avevo 14 anni ed era la stessa cosa. I cani randagi che giravano abbandonati per la citta', le case puntellate e questo silenzio di morte". Accompagna la mostra un volume pubblicato da Contrasto e One Group. Gianni Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure nel 1930. Nel 1963 vince il World Press Photo. Dopo essersi trasferito a Milano si dedica principalmente alla fotografia di reportage, all'indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 inizia la collaborazione con Renzo Piano, per il quale documenta le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 vince il Leica Oskar Barnack Award. E' molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 200) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali).




