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Referendum Giustizia, spot pieni di balle nella stazione di Milano: la propaganda del fronte del no

di Simone Di Meolunedì 5 gennaio 2026
Referendum Giustizia, spot pieni di balle nella stazione di Milano: la propaganda del fronte del no

3' di lettura

C’è una scena che fotografa meglio di mille convegni lo stato della giustizia italiana: un cartellone affisso alla stazione di Milano che chiede ai passanti: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica?». Domanda secca, insinuante. Falsa. Non un’opinione, ma una bugia tipografica a caratteri cubitali. Perché il referendum sulla separazione delle carriere non tocca minimamente l’indipendenza del giudice dalla politica. Basta leggere il testo approvato dal Parlamento. Ma evidentemente leggere è diventato facoltativo. Mentire, invece, è tornato di moda. Il copione è sempre lo stesso. Si grida al golpe, si evoca l’Apocalisse democratica, si suggerisce che il cittadino, votando Sì, consegnerà le toghe a Palazzo Chigi. Una narrazione caricaturale, utile a spaventare e confondere. Non a spiegare. E infatti non spiega mai nulla. Non entra nel merito. Non discute l’articolo 111 della Costituzione. Preferisce il manifesto, lo slogan, la paura.

SHOW
Dentro questo clima si inseriscono gli show dei vertici territoriali della magistratura inquirente, i procuratori della Repubblica, che sono scesi personalmente in campo. Come Nicola Gratteri, capo dei pubblici ministeri a Napoli, che ha deciso di trasformare l’ultima conferenza stampa giudiziaria dell’anno (era il 16 dicembre) in una succursale del comitato referendario pro toghe. Pur affermando di non farne parte, ne ha recitato comunque il copione a memoria. «Si sta cominciando a prendere posizione. Eravamo sotto di 25 punti, adesso siamo sotto di 6 punti», ha detto con soddisfazione. Aggiungendo: «Non partecipo né al comitato del No né agli incontri dell’Anm», ha precisato, salvo poi invitare tutti «a parlare un linguaggio comprensibile, con meno tecnicismi». In quella stessa occasione, Gratteri si è tolto pure lo sfizio di regolare i conti con una parte della stampa che ha il vizio di ragionare sulle cose, di essere indipendenti intellettualmente, e di sottoporre a verifica finanche le sue parole.

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«Ogni mattina ho almeno cinque-sei giornali che mi diffamano, che alterano i numeri», si è lamentato. E ha proseguito: «Mi costa agire da persona libera? Certo. Ogni cosa nella vita ha un prezzo». La libertà declamata come medaglia personale nel corso di una conferenza stampa convocata per parlare di camorra, ma poi deragliata per commentare sondaggi e strategie referendarie.

Ma se Napoli offre il palcoscenico, Bari fornisce l’innovazione. Il nuovo genere politico-istituzionale si chiama “broadcast WhatsApp”, come ha scoperto nei giorni scorsi il nostro giornale. Mittente: Roberto Rossi, procuratore del capoluogo. Il testo è un capolavoro di buone maniere militanti: «Sono Roberto Rossi magistrato». Si presenta. Avvisa. Rassicura. «Utilizzerò il cellulare per inviarvi materiale del comitato del NO». Con parsimonia, s’intende. La militanza sobria. Il passaggio sulla privacy è poesia pura: lista broadcast che la “rispetta”.

Manca solo il timbro. Poi l’invito finale: «Chi è interessato lo diffonda». La catena di Sant’Antonio in toga. Il passaparola elevato a metodo democratico con doppia spunta blu. E, sempre in Puglia, l’asse magistratura-sinistra scende in piazza con il patrocinio di parrocchie, movimenti ecclesiali, Azione cattolica, con una raffica di sette convegni tra gennaio e febbraio nel circondario di Trani. Tutti a spiegare perché votare No. Tutti magistrati. Tutti giudici. La Chiesa non si schiera, dicono. Però ospita, accarezza, accompagna. Neutralità creativa.

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A rompere il coro arriva però il Comitato Mario Pagano per il Sì. Presidenza affidata al penalista partenopeo Bruno Larosa, che usa parole non addomesticate. «La competizione referendaria si svolge sul terreno della mistificazione della verità», mitraglia. «Nessuno dei loro falsi slogan viene argomentato sul piano logico e giuridico», dice Larosa a Libero. Non slogan contro slogan, ma diritto contro paura. «È proprio per smascherare questo metodo che avvocati e professori universitari si sono costituiti in Comitato». Spiegare, confrontarsi, entrare nel merito. Una rivoluzione, di questi tempi. Larosa affonda: «Conducendo la campagna con l’uso della menzogna, i magistrati hanno perso la loro verginità di portatori della verità». E chiude con una domanda che pesa come un atto d’accusa: «Chi mai in seguito si fiderà più di loro?». Già: chi?

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