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Se il referendum in Italia è un regolamento di conti

La Repubblica si è sviluppata ed è destinata a svilupparsi politicamente, culturalmente e moralmente attraverso altre consultazioni popolari. E lo fa dal lontano 1974, quando ci fu quella contro il divorzio
di Francesco Damatomartedì 13 gennaio 2026
Se il referendum in Italia è un regolamento di conti

3' di lettura

Nata quasi 80 anni fa dal referendum giustamente celebrato dal Capo dello Stato nel messaggio di Capodanno come uno spartiacque, la Repubblica si è sviluppata ed è destinata a svilupparsi ancora politicamente, culturalmente, direi anche moralmente attraverso altri referendum. In particolare, da quello abrogativo del 1974 contro il divorzio, perduto dalla parte più integralista del cattolicesimo politico promosso nel 1948 alla maggioranza elettoralmente assoluta. Poi dal referendum, anch’esso abrogativo, del 1985 contro i tagli alla scala mobile dei salari apportati dal governo di Bettino Craxi per salvare il valore reale dei salari dall’inflazione che galoppava a due cifre. Ora sta arrivando il referendum, non abrogativo ma confermativo, della riforma costituzionale troppo pomposamente chiamata, forse, della giustizia ma non per questo meno importante della riforma della magistratura, come giustamente preferisce chiamarla Antonio Di Pietro. Che è passato per i tribunali d’Italia, dopo una carriera in polizia, in tutti i ruoli possibili fuorché quello di usciere: sostituto procuratore, imputato, avvocato. Neanche giudice è mai stato, ma lo chiamavano così lo stesso i soliti ignoranti che davano, e un po’ danno ancora dei giudici anche ai pm. E che anche per questo non gradiscono culturalmente, diciamo così, la separazione delle carriere.

Con la conferma, cioè la vittoria 52 anni fa del divorzio, ci fu un regolamento di conti nel Paese, più ancora che in Parlamento, fra la modernità di quella legge antesignana di tutti i diritti civili dei quali si riempiono la bocca ancora i progressisti, e l’arretratezza di una Dc non ancora secolarizzata. Che non seppe resistere - salvo la buonanima di Arnaldo Forlani, che alla guida della Dc volle evitare il referendum facendolo rinviare di 2 anni- alle pressioni, a dir poco, delle gerarchie d’oltre Tevere. Un Tevere troppo stretto, per dirla alla maniera del compianto Giovanni Spadolini, che ne prendeva continuamente le misure osservando da storico laicissimo gli avvenimenti politici. I conti furono regolati persino con spietatezza, anche con quell’Amintore Fanfani segretario della Dc, subentrato all’ex delfino Forlani, che Giorgio Forattini fece saltare in una sua celebre vignetta dalla bottiglia di champagne del referendum vinto dai laici. Da quella sconfitta derivarono alla Dc la perdita dell’invincibilità, il rischio di un sorpasso del Pci evitato grazie al soccorso montanelliano dei voti laici a naso turato, e la ripresa dell’alleanza di governo con i socialisti, dopo il disimpegno del Psi di Francesco De Martino, al costo della presidenza del Consiglio, passata prima al già ricordato Spadolini e poi a Craxi.

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Col referendum sui tagli alla scala mobile arrivò il regolamento dei conti fra i comunisti che ritenevano di poter presidiare con un diritto di veto il fronte sociale e una sinistra che, pur ancora minoritaria in Parlamento, riteneva di potere presidiare meglio quel fronte su posizioni orgogliosamente riformiste. Nulla dopo quel regolamento di conti tornò più come prima, per quanti sforzi ogni tanto avessero fatto gli ancora dichiaratamente comunisti o post di fare rivivere una stagione tramontata Il referendum sulla riforma della magistratura potrà finalmente liberare gli italiani dalla gabbia nella quale, volenti o nolenti, da soli o con la complicità suicida di una parte consistente della politica, le toghe li hanno rinchiusi pretendendo di potere governare il paese applicando o facendo finta di applicare, con la loro discrezionalità travestita da autonomia e indipendenza, al posto delle maggioranze e degli esecutivi prodotti dalle elezioni. Forza, ci siamo. L’Italia evoluta ha già il vantaggio di vedere i magistrati associati e mobilitati sul fronte del no costretti ad erigere barricate di bugie e falsi per difendere le proprie postazioni di potere, come alcuni di loro segretamente ammettono scambiandosi messaggi di fumo che non riescono neppure a nascondere.